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La notizia che segue è interessante non solo per il suo specifico contenuto ma anche perché spiega bene come si può formulare una ipotesi scientifica.
Il campo di indagine è quello della paleontologia, ovvero la scienza che studia la preistoria dal punto di vista degli animali e delle piante che vissero sul nostro pianeta per centinaia di milioni di anni, prima che l'uomo comparisse. O, meglio: gran parte della preistoria sui cui lavorano i paleontologi è proprio quella priva di umani.
Di animali preistorici sono stati trovati tanti resti. Studiando le forme e le diversità fra gli scheletri e le ossa si possono capire molte cose. Tanto per fare un esempio molto noto, se un primate sta in piedi su due gambe lo si capisce guardando il suo scheletro. E da una considerazione come questa si possono sviluppare tante idee sui modi di vita dei bipedi. Un'idea che può subito venire in mente è che se si sta su due piedi si hanno due "zampe" libere, che poi diventano mani.
La domanda che Blaire Van Valkenburgh, paleontologa della Università della California, si è fatta è la seguente: si riesce a recuperare, osservando i denti dei carnivori preistorici, qualche informazione su come vivevano questi animali?
Soprattutto in merito alla attività principale di ogni predatore, che è quella di procurarsi di che vivere, operazione che passa nell'usare abbondantemente le mandibole sulla carcassa della vittima di turno. Se si osserva la dentatura dei carnivori attuali - tigri, leoni, leopardi - si nota che le rotture dei loro denti hanno una loro qual certa frequenza, misurabile con la percentuale di fratture sul totale di questa dentatura. E' il lavoro di ricerca che ha svolto Blaire Van Valkenburgh, ricavando percentuali variabili dal 4 al 5 per cento. Sono cifre relative ai lupi e coyote. Numeri analoghi si trovano per altri animali.
La ricercatrice ha poi studiato le dentature degli stessi animali ma su resti del Pleistocene, periodo che va da 1 milione e 800 mila anni fa fino a 11 mila anni fa. E qui ha scoperto che le percentuali di danni alle dentature salgono fino al 10% e non scendono sotto il 7%.
Come mangiano i carnivori oggi? Trovano una preda, la uccidono e poi lentamente se la masticano, diciamo così, pulendo accuratamente le ossa, perché non si butta via niente, questo il predatore lo sa bene. E' proprio la masticazione vicino alle ossa che produce le fratture dentarie.
Perché, allora, i carnivori di tante migliaia di anni fa si rompevano più facilmente i denti? Bene, una tesi che può essere decisamente valida è che l'ambiente di caccia era incomparabilmente diverso da quello attuale; la quantità di animali era elevatissima e quindi anche la concorrenza. Bisogna tenere presente che fra i predatori è abbastanza diffusa l'abitudine di andare a procurarsi il cibo su animali uccisi da colleghi. Perché fare la fatica di cacciare, infatti? Spesso non funziona, si è respinti; altre volte la tattica funziona. In un ambiente nel quale di branchi di lupi ve n'erano tanti, allora, bisognava mangiare in fretta, e questo voleva dire una masticazione più rapida e violenta. Risultato: più denti rotti.
E' una tesi che ci dipinge un mondo che potrei definire molto più nevrotico di quello attuale. Bé se tenete presente, poi, quelle immagini di famigliole di leoni che si mangiano una zebra circondate da Land Rover piene di turisti, la sensazione che un Mac Donald sia un ambiente più competitivo emerge sicuramente.
(3 marzo 2009)
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