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Pensare a una brutta esperienza passata ancora vi spaventa? È
tutta colpa delle cellule di Purkinje (nella foto in alto),
neuroni che si trovano nella corteccia del cervelletto. A individuare
le responsabili della formazione dei brutti ricordi è uno
studio italiano dell'Istituto nazionale di neuroscienze (Inn),
pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences
(Pnas). Gli esperimenti, su topi, sono stati condotti al Dipartimento
di neuroscienze dell'Università di Torino da Bibiana Scelfo,
Benedetto Sacchetti e Piergiorgio Strata, che oltre a dirigere
il dipartimento è anche presidente dell'Inn.
Il meccanismo coinvolge le sinapsi inibitorie delle cellule
di Purkinje, che si modificano nel tempo affinché solo
gli stimoli effettivamente legati tra loro, come per esempio un
suono associato a una lieve scossa elettrica, diventino parte
di uno stesso, spiacevole, ricordo. Il tipo di modifica, che prende
il nome Ltp
(long term potentiation), è un potenziamento della connessione
nervosa, già noto ai biologi per essere implicato nei processi
di memoria e apprendimento in diverse regioni del cervello.
Altri studi condotti in passato avevano dimostrato un ruolo del
cervelletto nel memorizzare le condizioni che preannunciano un
pericolo. In particolare, nel V e nel VI lobo convergono convergono
stimoli sensoriali acustici e dolorifici. Nei topi, tale area
cerebrale si attiva dopo un periodo di condizionamento nel quale
l'animale impara ad associare uno stimolo innocuo a uno doloroso,
e ad averne quindi paura (per esempio, all'animale viene fatto
ascoltare un suono, seguito a breve distanza da una piccola scarica
elettrica). "L'analisi dei nostri dati sperimentali rivela
che ci troviamo di fronte a meccanismi di potenziamento sinaptico
a lungo termine perché sono visibili anche ventiquattro
ore dopo il condizionamento dei topolini" spiega Scelfo.
I dati che il gruppo di Strata ha pubblicato su Pnas dimostrano
che se le sinapsi eccitatorie raccolgono gli stimoli sensoriali,
quelle inibitorie fanno in modo che l'ampiezza della finestra
temporale in cui gli stimoli vengono recepiti sia sufficientemente
stretta da selezionare solo quelli che hanno davvero una relazione
tra loro. Le modifiche, infatti, sono visibili solo nei topi sottoposti
al condizionamento con stimoli acustici e dolorifici molto ravvicinati
tra loro.
Le sinapsi inibitorie funzionano da "misuratori
di correlazione" tra più segnali convergenti sulla
stessa cellula di Purkinje: minore è la distanza di tempo
a cui gli segnali vengono recepiti, maggiore è la possibilità
che vengano integrati tra loro.
"I nostri risultati - riprende Scelfo - illustrano in che
modo un circuito neuronale complesso e finemente regolato può
subire modifiche a causa delle variazioni anche di una singola
sinapsi. Il nostro prossimo obiettivo consiste nell'individuare
i meccanismi molecolari che possono influenzare questo tipo di
plasticità, per capire se condizioni come lo stress possano
modificare le nostre normali capacità di memorizzare le
situazioni di pericolo. Il nostro prossimo obiettivo sarà
individuare i meccanismi molecolari che possono influenzare questo
tipo di plasticità, per capire se condizioni come lo stress
possono modificare le nostre normali capacità di memorizzare
le situazioni di pericolo".
(16 gennaio 2008)
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