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La favola del ferro negli spinaci e l'aggressività da zucchero


 
   
 

Dalla mela di Adamo ed Eva miti, errori e pregiudizi su cibi e bevande si sono moltiplicati nel tempo. Credenze, opinioni, ma anche superstizioni sul miglior modo di alimentarsi esistono dall'inizio della storia dell'umanità: gli antichi Greci, ad esempio, ritenevano che la carne rinforzasse la virilità e che l'aglio fosse efficace contro gli spiriti maligni; nel medioevo invece, fragole, prugne e pere erano considerati veleni culinari.
Chi pensa che queste superstizioni non siano sopravvissute ai progressi della scienza commette un errore. All'inizio del 18° secolo la maggior parte dei contadini si rifiutava di coltivare le patate. Nessuno gradiva questa pianta esotica venuta dalla lontana America e solo dopo una serie di carestie, dovute a raccolti scarsi di cereali, i contadini decisero finalmente di dare una chance a questo tubero. Mentre la patata ha suscitato per parecchio tempo scetticismo, gli spinaci hanno goduto di grande prestigio, esaltati come una verdura particolarmente salutare. Bene: questa fama è nata da una virgola mal piazzata che ha portato a ritenere che il contenuto di ferro fosse 10 volte superiore alla realtà. Questo ha prodotto non solo la creazione di Braccio di Ferro che con una scatola di spinaci diventava più forte e muscoloso, ma anche generazioni di mamme che imponevano ai bambini questa verdura.
Oggi si raccontano due versioni che spiegano come è nato questo errore. Il chimico tedesco E. von Wolf ha pubblicato nel 1870 questo tenore eccezionale di ferro rilevato negli spinaci perché, inavvertitamente, ha messo la virgola un decimale più in là. Secondo l'altra storia, sembra invece essere stato il fisiologo Gustave von Bunge a commettere l'errore nel 1890, attribuendo il contenuto di ferro da lui misurato sugli spinaci secchi a quelli freschi.
Chiunque l'abbia commesso, per arrivare a scoprire l'errore si è dovuto aspettare fino al 1937, quando è stato pubblicato il corretto tenore in ferro degli spinaci.

Adesso non si scoprono più errori così grossolani; allo stesso tempo, però, l'interpretazione sbagliata di certi studi non è così rara. Per molto tempo uno studio sul caffè è servito da riferimento per l'accusa di provocare l'eliminazione di liquidi, e quindi disidratare. Per tale ragione si raccomandava di bere un bicchiere d'acqua dopo una tazzina di caffè. Quest'usanza perdura ancora nei bar più ricercati, ma è una pratica inutile perché l'organismo si adatta in poco tempo alla caffeina e in un giorno impara a compensare le perdite di liquidi. Questa "rettifica" è emersa da una ampia indagine (meta-analisi) che ha valutato e riassunto molte ricerche pubblicate sull'argomento. Assolto da questa accusa, il caffè adesso viene elogiato per l'abbondante contenuto di composti antiossidanti che nel nostro organismo aiutano a combattere i radicali liberi.

La prima ricerca scientifica in campo alimentare fu condotta nel 1752 da un medico della marina, il dr. James Lind (QUI una curiosità sul suo conto), con lo scopo di capire quali alimenti potessero prevenire lo scorbuto, la malattia di cui soffrivano i marinai. Lind suddivise i malati di scorbuto in 6 gruppi e alla stessa alimentazione di base aggiunse sostanze diverse: sidro, aceto, acqua di mare, acido solforico diluito, limone e acqua semplice. E con questo studio scoprì che solo il limone curava quella malattia. In seguito è stato accertato che è la carenza di vitamina C a provocare lo scorbuto, quindi si può prevenire e curare con molti altri alimenti che contengono questo principio nutritivo.

In campo di nutrizione e salute sono utilizzate soprattutto le indagini epidemiologiche: prospettiche o retrospettive.
Nel primo caso si seleziona un ampio gruppo di persone con caratteristiche simili, per esempio per sesso o età, e si indaga sullo stile di vita ed alimentare, seguendole poi per un lungo periodo. Nel tempo vengono rilevate le malattie e le cause di morte e vengono correlate ai fattori di rischio e ai comportamenti alimentari registrati durante lo studio.
L'indagine retrospettiva invece esamina gruppi di persone che manifestano patologie simili a confronto con altre che invece non ne soffrono. Anche in questo caso si registrano le abitudini alimentari e lo stile di vita, ma intervistando direttamente i pazienti. Alla fine si confrontano i dati ottenuti per vedere se si sono correlazioni significative.
Sono molti i casi di risultati discordanti prodotti negli studi scientifici. L'affidabilità di un dato piuttosto che di un altro dipende dalla metodologia seguita; inoltre ciò che emerge da una sola ricerca ha scarso valore. Affinché i risultati ottenuti comincino ad acquistare consistenza e rilevanza occorre che emergano da molti studi e siano riproducibili.

continua

 

 

 

 

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