Kurt
Kurt Gray (a sinistra) e Daniel M. Wegner, i ricercatori
di Harvard che hanno effettuato lo studio sulla tortura
a cura di Barbara Gallavotti
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Si moltiplicano gli studi che dimostrano che l'uso
della tortura non porta ad ottenere informazioni affidabili.
Quasi sempre la vittima finisce per confessare qualsiasi
cosa, confondendo le indagini. Giampaolo Cadalanu,
giornalista specializzato in esteri, sul suo blog
di Repubblica ha scovato un nuovo
studio svolto all'università di Harvard che
mette in luce un altro aspetto: non solo la tortura
porta le vittime a confessare azioni non commesse, o
a denunciare come complici degli innocenti, ma la tortura
altera anche la capacità di giudizio di chi vi
assiste. Ecco l'esperimento che hanno fatto ad Harvard.
In primo luogo hanno chiesto ad alcuni volontari di
assistere all'interrogatorio di una donna accusata di
truffa che veniva torturata trattenendole una mano in
acqua ghiacciata. In realtà la donna era una
complice dei ricercatori, e la tortura una pura messa
in scena. La donna non ammetteva la sua colpevolezza,
e reagiva alla tortura o ostentando indifferenza o con
urla e lamenti. Ebbene, gli spettatori che assistevano
alle urla erano più propensi a ritenerla colpevole
di quelli che l'avevano vista resistere stoicamente.
Secondo i ricercatori chi assiste a una tortura inevitabilmente
se ne sente complice, e dunque per assolversi moralmente
è portato a credere che la tortura sia effettivamente
utile a smascherare il crimine. A riprova, i ricercatori
hanno coinvolto altri volontari, e questa volta non
hanno chiesto loro di assistere all'interrogatorio dal
vivo, ma lo hanno mostrato in un video pre-registrato.
Questa volta, i volontari erano più distaccati
da quella che potremmo chiamare la scena del delitto,
e non se ne sentivano coinvolti come coloro che invece
erano stati chiamati ad assistervi. E infatti, la loro
tendenza a giudicare l'interrogata è stata esattamente
opposta a quella dell'altro gruppo: tanto più
la vittima si disperava tanto più simpatizzavano
con lei e la ritenevano innocente. Inevitabilmente lo
studio fa ripensare allo scandalo di Abu Ghraib, il
carcere dove le guardie americane torturavano prigionieri
iraqeni. E aiuta a spiegare perché proprio le
guardie più a contatto con le sofferenze dei
detenuti riuscivano a convincersi più profondamente
del fatto che la loro sofferenza non fosse altro che
una prova di colpevolezza, al contrario di quanto sarebbe
più naturale e umano credere. Ma che cosa è
che possiamo definire tortura? Alcuni anni fa se lo
è chiesto il giornale inglese New Scientist,
che ha pubblicato una serie di articoli in cui riferiva
degli effetti di pratiche di interrogatorio consolidate
dal KGB, dai servizi di sicurezza israeliani e poi a
Guantanamo e in innumerevoli altri luoghi del mondo
più o meno tristemente famosi. Ebbene, secondo
quanto riferiva quella inchiesta non occorre sottoporre
qualcuno a vera e propria violenza per estorcere confessioni
fasulle: basta porlo in condizioni umilianti, privarlo
della autostima, farlo sentire totalmente indifeso.
Insomma indurre una condizione di stress psichico che
può poi mantenersi intatta a distanza di venti
o trent'anni. Certo fare indagini non è mai facile,
e ottenere una confessione senza mettere sotto pressione
l'indagato è arduo. Ma lo scopo è sempre
quello di individuare il colpevole, e non un colpevole.
E dunque innanzitutto per motivi di civiltà,
e poi anche di utilità, è il momento che
per le pratiche brutali scocchi l'ora della tolleranza
zero.
Ogni orecchio sente un mondo diverso
La corteccia uditiva è adattata e sintonizzata in ogni individuo in
modo diverso a seconda dell'ambiente che lo circonda
Neuroni Specchio. Lo specchio
dell'altro
Su di loro si raccontano storie diverse: Giacomo Rizzolatti, che li ha scoperti,
ci racconta quelle vere e quelle false