La filosofia è un modo particolare di riflettere
sulle cose. Non può quindi prescindere dalla più attendibile descrizione delle cose stesse, cioè
la scienza. Alcune grandi domande della filosofia, soprattutto
negli ultimi cinquant'anni, hanno preso nuova forma
sulla base delle evidenze che la scienza ha messo a
disposizione. Non è più possibile occuparsene
senza tener conto di quello che dice la scienza. Possiamo
dire che non c'è più filosofia che non
sia filosofia della scienza. È un processo in
atto da tempo, che subisce un'accellerazione continua,
scandita dal progresso, e che si riflette anche nell'insegnamento: non si può fare né insegnare di filosofia senza un background scientifico.
Cosa diventa la filosofia, e cosa ne rimane? L'idea
è che il filosofo deve supplire alle inevitabili
lacune dello scienziato, che rimane chiuso nel suo laboratorio,
costretto alla sperimentazione. Il filosofo ha il dovere
di interessarsi a quello che succede nel laboratorio
e rielaborare concettualmente le conseguenze e le ricadute
del lavoro dello scienziato sperimentale, riproponendole
in ambito sociale. Una missione civile. Tutt'altro che
una fuoriuscita dalla filosofia, piuttosto un nuovo
impegno sociale della filosofia.
La diffidenza che alcuni scienziati mostrano verso la
filosofia è fondata, soprattutto quando questa
degenera in "atti astrusi per usi astratti".
Quando invece torna protagonista - per dirla con Ludovico
Geymonat - nelle pieghe della scienza, allora l'elaborazione
concettuale ritrova uno spazio inedito che nemmeno i
più rudi positivisti potrebbero evitare di tenere
in considerazione. Stefano Moriggi, filosofo della scienza, ha intervistato
Patricia Churchland, neurofilosofa e docente
di filosofia presso la University of California e il
Salk Institute di San Diego.
Guarda il video dell'intervista di
Stefano Moriggi a Patricia Churchland
Buongiorno Patricia, prima di tutto grazie per essere qui con noi. Prima di parlare degli argomenti sui quali ha concentrato la sua attenzione, vorrei porre una domanda più generale, una domanda metodologica che riguarda lo stato della filosofia contemoporanea. Secondo il suo punto di vista, se si vuole capire la mente bisogna conoscere il cervello, e lei indica una specie di compito epistemologico per i filosofi e suggerisce di tradurre i concetti demopsicologici in concetti neurobiologici. Secondo questa prospettiva, si può parlare di filosofia, dibattere sulla filosofia e ancora insegnare filosofia senza una minima preparazione scientifica?
È una domanda molto interessante. Credo che il cuore della questione sia riconoscere che parecchie delle domande tradizionali che i filosofi hanno sempre fatto sulla natura del nostro processo decisionale, su cosa implica essere consapevole, o ancora sulla natura della moralità, tutte queste domande che da sempre potevano essere affrontate lontano dalla scienza, negli ultimi cinquant'anni stanno cambiando. Stiamo iniziando a renderci conto che ci sono scoperte sul cervello che hanno un rapporto con quelle domande, nel senso che ci permettono di comprendere diversamente funzioni naturali come appunto il processo decisionale, l'apprendimento e la memoria.
Credo sia sempre più difficile fare domande nella filosofia e tenere lezioni di filosofia senza un retroterra scientifico, o almeno qualche nozione di psicologia e di scienze neurobiologiche. Gli studenti vogliono sapere per esempio che differenza esiste nel cervello fra un psicopatico e uno che non lo è. Con la parola psicopatico intendo, beninteso, qualcuno che non sente rimorso quando fa una cosa atroce, qualcuno che in un certo senso non avverte sensi di colpa, non ha una coscienza. Dunque gli studenti vogliono sapere se c'è una differenza nel cervello: si tratta di una differenza nel cervello fra la gente sana e gli psicopatici? Potrebbero voler sapere cosa succede quando qualcuno è dedito all'uso di una droga come la cocaina. Al filosofo non basta più una comprensione a tavolino della tossicodipendenza, perché ormai sappiamo parecchie cose sui cambiamenti cerebrali che portano ad atteggiamenti di dipendenza.
La tua è una domanda veramente profonda sui cambiamenti importanti nel campo della filosofia derivati dagli sviluppi non solo nelle scienze neurali ma anche nella psicologia e nella biologia evolutiva.
Come può la filosofia realmente aiutare la ricerca scientifica?
È una domanda molto interessante. Perché siamo solo scienziati neurali? Filosofi diversi avranno approcci diversi a questo interrogativo, ma io la vedo così: ogni scienziato neurale è generalmente coinvolto in sperimentazioni su un piccolo insieme particolare di interrogativi. Per esempio, alcuni possono essere particolarmente interessati alla natura del processo decisionale e approfondiranno gli studi per comprendere quel dominio particolare. Ora, noi filosofi - che in generale non ci dedichiamo molto alla sperimentazione - possiamo planare orizzontalmente attraverso tanti campi di studi come la psicologia e la scienza neurale. Faccio un'analogia che può calzare o meno: ci sono filosofi che si rapportano alla scienza neurale e alla psicologia come i fisici teorici alla fisica sperimentale. Sintetizzano, teorizzano, e traggono conoscenza da una vasta gamma di discipline. Dunque credo che una delle funzioni sia di sintesi: esplorare ad ampio raggio e beneficiare degli approfondimenti verticali in tutti questi sottodomini.
E in che modo le neuroscienze stanno cambiando il nostro modo di concepire l'essere umano come animale sociale, anche dal punto di vista morale?
Credo che il cambiamento sia appena iniziato e ci sono già alcune idee su come funziona. A proposito: sto finendo un libro intitolato 'Brain Trust' che tratta quest'idea e sarà il tema della mia conferenza a Bergamo. Fondamentalmente l'idea lì è che le scoperte sui legami affettivi in tutti i mammiferi, che sono molto diversi tra loro, dipendono da strutture cerebrali diverse nel cervello del mammifero stesso e ciò è la base per la cura del prossimo. Dunque credo che stiamo imparando che comportarsi da animale sociale, trarre piacere dalla compagnia di altri, provare dolore quando si è respinti o quando si perde qualcuno fa parte della nostra costituzione e che la cultura si aggiunge enormemente a questa piattaforma biologica di base. Dunque in generale credo che abbiamo questo aspetto di prendersi cura degli altri, specialmente della nostra prole e dei nostri familiari, ma poi il cerchio si allarga fino a includere amici e parenti lontani. Dunque penso che esiste un importante storia biologica riguardo l'origine o la radice della moralità. Ovviamente non ci darà risposte ai difficili interrogativi morali - tipo chi deve pagare la pulizia dopo la fuoriuscita del greggio nel Golfo del Messico. Dovremo rispondere con i vecchi metodi che abbiamo sempre usato, sederci a negoziare e cercare di risolvere il problema. Ma credo che [gli studi sulla struttura del cervello] ci possano dare una prospettiva più estesa per capire la natura della motivazione morale e la sua origine.
Come pensa che la tecnologia possa cambiare il nostro modo di vivere e di pensare?
È una buona domanda. La tecnologia, probabilmente dai tempi antichi, ha avuto un effetto sulla moralità delle persone e uno dei modi più evidenti è che ha permesso alla gente di spostarsi - anche solo con le barche o i treni - e comprendere come fanno le cose altre persone in altri posti e che le proprie intuizioni su cosa sia giusto e accettabile o sbagliato e inaccettabile sono qualche volta e in qualche altro posto piuttosto differenti. Credo che quell'apertura di prospettiva sia sempre stata tremendamente importante. Credo che abbia fornito certe tolleranze che non avremmo avuto altrimenti. Sarà forse una banalità arcaica dire che il viaggio allarga la mente, ma è cosi. In un certo modo credo che internet abbia fatto la stessa cosa. D'altronde credo che la tua domanda era se un rapporto virtuale (elettronico) può essere intimo ed emozionale come un rapporto faccia a faccia. Sono tentata di pensare che non può e che i legami profondi che abbiamo comportano la presenza fisica di altre persone. Potrei anche sbagliarmi su come i nostri rapporti interpersonali cambieranno in conseguenza del collegamento elettronico: è molto difficile fare previsioni. So che ci sono genitori che si preoccupano perché i loro figli hanno amici con cui parlano e si connettono solo elettronicamente. Suppongo sia un problema. Penso che l'intimità quando si fanno insieme delle cose - andare a pescare, andare in gita, risolvere problemi materiali insieme - sia molto importante.
L'ultima domanda, e forse la più difficile. Naturalmente lei ricorda l'affermazione di Thomas Nagel, quando si chiede che effetto fa essere un pipistrello. Vorrei chiederle, secondo il suo punto di vista filosofico, non che effetto faccia essere un pipistrello, ma che effetto fa essere una creatura morale?
Essere un individuo morale vuol dire venire al mondo con un certo tipo di schema che ti lega affettivamente ai genitori, alla madre, specialmente nella prima infanzia. Ora una piccola digressione: sappiamo dalle ricerche sui roditori che i cuccioli che vengono leccati e coccolati in braccio e nutriti dalla madre quando crescono hanno comportamenti sociali diversi da quelli che hanno lo stesso nutrimento ma non le coccole e il calore della prossimità della madre. Si pensa che lo schema cerebrale che fa scattare l'affetto e il legame affettivo che risulta nella cura degli altri sia molto importante in tutti i comportamenti morali e che quelle prime esperienze e altre esperienze più tardi nella vita, dove ci sono forti legami e forti rapporti, siano molto importanti. Credo allora che essere una creatura morale voglia dire avere una forte empatia per gli altri, compassione in tempo di avversità, cura per il loro benessere, voler fare parte di un gruppo in modo che l'intero gruppo prosperi. Penso che sentirsi membro di un gruppo - in una città, famiglia o nazione - sia una potente forza motivazionale. Questi sentimenti sono in qualche modo molto antichi poiché penso siano originari dalle origini dei mammiferi, circa trecento milioni di anni. Beninteso, negli esseri umani questi sentimenti sono collocati nel contesto di un cervello molto sofisticato; noi non siamo solo topi, questi sentimenti sono profondi e potenti ed erano evidentemente parte dell'evoluzione degli ominidi, homo erectus, homo heidelbergensis, e naturalmente homo sapiens, come lei e me.
Serendipity
Scoperte per caso o per fortuna, raccontate da Giulio Giorello Darwin il geologo
Se ne parla poco, ma la geologia fu decisiva per il successivo sviluppo della
Teoria dell'Evoluzione