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di Moebius


L'evoluzione dell'evoluzionismo
Quello che Darwin non poteva sapere


 
 
Adamo ed Eva
 
 

di Federico Pedrocchi

Difficile sostenere che la scoperta di una delle forze fondamentali per l'esistenza di tutto l'Universo, la forza gravitazionale, non provenga dalla menti di Galileo Galilei e Isaac Newton.

A Newton, inoltre, si deve la prima concreta e intensa scintilla che ha introdotto la matematica nella ricerca scientifica. Dopo questi due grandi, tuttavia, milioni di altre pagine sono state scritte, e il funzionamento di un grande acceleratore di particelle come delle centinaia di sonde inviate nello spazio, non sarebbero possibili se le pagine di scienza a disposizione fossero ancora e solo quelle di Galilei e Newton.

Per Charles Darwin valgono le stesse considerazioni. La sua teoria di base individua i meccanismi fondamentali dell'evoluzione delle specie, ma molti e nuovi scenari interpretativi si sono aperti, soprattutto negli ultimi cinquanta anni, ovvero dopo la scoperta del DNA.

Sono sostanzialmente due gli elementi di grande novità introdotte dalle ricerche contemporanee.


L'albero della vita

La prima interviene sulla descrizione che Darwin dà dei processi evolutivi, quella descrizione che è sintetizzata nel suo primo e famoso grafico dell'Albero della Vita, che qui di fianco vedete riportata sul volto del grande naturalista. Darwin intuì, correttamente, che tutte le specie erano collegate da una storia lunga, diversificata ma comune. Dai rinoceronti terrestri potevano emergere, nel tempo, le balene. Dai capodogli le orche marine. Risalendo nel tempo per centinaia di milioni di anni si potrebbero raggiungere le radici dell'Albero e individuare l'antenato comune. La collocazione lungo i rami segnala la "vicinanza" delle specie. A due rami vicini appartengono capodogli e orche marine, mentre i rinoceronti sono su rami più distanti.
Questa intuizione teorica non è sconfessata dalle ricerche più avanzate, ma è fortemente integrata dalla scoperta che informazioni genetiche posso "migrare" dalla cellule di una specie a quelle di un'altra. I virus, per esempio, possono provenire da una specie e finire in un'altra, portando con sé alcune caratteristiche che progressivamente, in decine di millenni, determinano mutamenti macroscopici nella specie colonizzata. In breve: i rami dell'albero non si sviluppano in un grafico che cresce con segmenti sempre separati uno dall'altro. Accade anche che due rami si incrocino, si leghino uno all'altro. E' una scoperta, questa, completamente basata sulla conoscenza del comportamento genetico degli esseri viventi, uno scenario che Charles Darwin non poteva osservare.

L'altra importante interpretazione che si è aggiunta alla teoria darwiniana è quella che attribuisce al caso un ruolo di grande rilievo. Anche se nelle interpretazioni successive del lavoro di Darwin si è dato un peso consistente alla legge della sopravvivenza del migliore, peso che Darwin non diede con l'enfasi di queste letture della sua tesi, è comunque vero che egli vide nella selezione dei più adatti un meccanismo centrale dell'evoluzione.

Negli ultimi venticinque anni, invece, prove consistenti di un altro meccanismo evolutivo sono emerse con una forza indiscutibile. E' qui che si disegna il ruolo del caso: tutto l'universo del vivente, e l'interazione che esso ha con l'ambiente complessivo del pianeta, ci dice che molti cambiamenti sono dettati dal caso. Specie forti e ben adattate possono scomparire mentre altre, inizialmente gracili, riescono a trovare un loro sentiero e lentamente evolvono verso posizioni più solide. Non si individuano regole di fondo in questi processi, se non quella del caso, che forse si potrebbe scrivere, a questo punto, come Caso, perché - non è un paradosso - di fatto di una regole forte e precisa sembra proprio trattarsi.

 

 

 

 

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