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Le elezioni perfette


 
   
 

a cura di Maurizio Melis

Articolo tratto da Newton di febbraio 2011

Nel 1951, il premio Nobel per l'economia Kenneth J. Arrow pubblicò uno studio fondamentale nel quale arrivava a definirne i requisiti fondamentali: universalità, non imposizione, non dittatorialità, monotonicità, transistività, indipendenza dalle alternative irrilevanti. Senza entrare nei dettagli, lo stesso Arrow ha dimostrato (teorema di Arrow) che non esiste alcun sistema elettorale in grado di soddisfare tutti questi requisiti quando vi sono più di due candidati a contendersi le elezioni. Non per questo tutti i sistemi elettorali sono uguali; alcuni sono migliori di altri, ma non è certo il caso di quello italiano.
In un articolo del 2006, Alberto Petri, Fergal Dalton e Giorgio Pontuale, tre ricercatori specializzati nello studio dei sistemi disordinati, hanno spiegato come l'attuale porcellum sia assimilabile a un sistema caotico, un sistema cioè che, a fronte di piccole variazioni delle condizioni iniziali, produce risultati contraddittori e imprevedibili; questo al Senato, dove il premio di maggioranza si applica su base regionale. I tre studiosi hanno dimostrato come, a parità di elettori che a livello nazionale si dividono tra centro-destra e centro-sinistra, sono possibili 1,2x1023 diverse composizioni del Senato a seconda di come l'elettorato si distribuisce nelle varie regioni: si tratta di un numero enorme, paragonabile al numero di Avogadro (il numero di atomi presenti in un grammo di idrogeno); così grande che il computer più potente del mondo impiegherebbe oltre un secolo solo per calcolare tutte le combinazioni possibili. Ma c'è di peggio: consideriamo il caso in cui i due schieramenti ottengano risultati simili, cioè proprio le circostanze in cui il premio di maggioranza dovrebbe garantire stabilità di governo. Ebbene, nel 5% circa dei casi si avrebbe un ribaltamento tra vinti e vincitori, cioè lo schieramento perdente otterrebbe la maggioranza al senato; mentre quasi in un terzo dei casi lo schieramento vincente verrebbe indebolito dal premio di maggioranza!
Assodato che l'attuale legge elettorale merita il nomignolo che porta, rimane il problema di individuare un sistema efficiente. Recentemente, un drappello di parlamentari trasversale agli opposti schieramenti, comprendente esponenti di PD, PdL, Fli, Radicali e UDC, con il sostegno di un nutrito gruppo di studiosi, sta portando avanti la proposta di un sistema uninominale con voto alternativo. La sua caratteristica fondamentale consiste nella possibilità di dare un primo e un secondo voto, che vale nel caso il proprio candidato preferito non sia eleggibile, e nessuno dei candidati raggiunga la maggioranza assoluta. Il Sen. Pietro Ichino, tra i principali sponsor del disegno di legge, spiega che questo sistema "presenta i vantaggi dell'uninominale a turno unico, ma anche quelli del doppio turno: realizza in sostanza un "ballottaggio preventivo" senza la necessità del voto in due tempi. Questo fa sì, oggi in Italia, che su questa scelta possano convergere sia il Pd sia il PdL". Inoltre, continua Ichino, "il collegio uninominale ha una "carica maggioritaria" intrinseca che privilegia l'esigenza della governabilità; ma la seconda preferenza attribuisce agli elettori di minoranza una rilevante capacità di influenza sugli orientamenti e i comportamenti dei rappresentanti della maggioranza". Un sistema simile è utilizzato in Australia e in pochi altri paesi, ed è stato applicato recentemente nelle primarie del Partito Laburista inglese. Per esempio, grazie a questo sistema, un elettore di un piccolo partito può votare il proprio candidato preferito, senza rinunciare a indicare tra i papabili di vincere il seggio (tipicamente i candidati dei grandi partiti) quello che ritiene più accettabile. In pratica può dare un primo voto di opinione e un secondo voto tattico. Si evita così l'eventualità di un "voto inutile", che entra in conflitto col principio di universalità ("una testa un voto"), secondo il quale ogni elettore deve avere pari peso. Inoltre, poiché i partiti dovrebbero andare alla ricerca anche delle seconde preferenze, il sistema avrebbe il pregio di costringere tutti ad abbassare i toni. Qualcosa di cui abbiamo disperato bisogno.
I sistemi uninominali a preferenza multipla sono da tempo oggetto di studio, perché danno luogo a rappresentanze politiche che riflettono più accuratamente l'opinione dell'elettorato, senza comportare la frammentazione partitica potenzialmente insita nei sistemi proporzionali. In un articolo pubblicato nel 2004 su Scientific American, all'indomani delle presidenziali francesi e americane, Partha Dasgupta ed Eric Maskin hanno analizzato cosa sarebbe successo se, invece di poter dare un solo voto, gli elettori dei due paesi avessero potuto mettere in ordine di preferenza i candidati, consegnando la vittoria a colui che, in un raffronto testa a testa con gli altri candidati, avesse ottenuto la maggioranza dei voti (si parla in questo caso di regola della maggioranza semplice). Alle presidenziali francesi del 2002 arrivarono al ballottaggio Chirac, esponente della destra moderata, e Le Pen, un estremista di destra. Quest'ultimo, votato dal 16,9% degli elettori, suscitava ripugnanza nel resto dell'elettorato, tanto che al ballottaggio Chirac ottenne una maggioranza bulgara. Per pochi decimi di punto percentuale, dal ballottaggio fu tagliato fuori Jospin, esponente della sinistra francese che avrebbe anche potuto vincere se la dispersione dei voti su liste minori non gli avesse impedito di arrivare al ballottaggio.
Alle presidenziali americane del 2000 Bush Jr. vinse contro Gore a causa della particolare legge elettorale americana, che in assenza di un vincitore assoluto, assegna l'onere di decidere alla Camera dei Rappresentanti (allora a maggioranza Repubblicana). Ma sono in molti a sostenere che la sconfitta di Gore vada attribuita a Ralph Nader, candidato decisamente di sinistra, che pur intercettando il 2,7% dei voti fu decisivo nell'attribuire la vittoria a Bush, sebbene, in un confronto diretto, oltre il 50% degli americani gli preferisse Gore.
Secondo Dasgupta e Maskin (premio Nobel per l'economia nel 2007) si tratta di elezioni, per così dire, falsate, in cui è stato violato, come minimo, il principio di indipendenza dalle alternative irrilevanti, secondo il quale il voto per un candidato senza alcuna chance di vincere non deve influenzare la competizione tra quelli che hanno reali possibilità di farcela. Ciò non sarebbe accaduto con la regola della maggioranza semplice, né applicando l'uninominale con voto alternativo.
Ovviamente nessuno dei due sistemi è perfetto. Il primo non soddisfa il principio di transitività (se il candidato A è preferito a B, e B a C, allora A è preferito a C), il secondo quello di indipendenza. Tuttavia si tratta di violazioni deboli, e altamente improbabili, soprattutto se, come accade generalmente, l'ordine di preferenza dei candidati è orientato ideologicamente.
In un editoriale apparso sul Corriere della Sera lo scorso 12 Ottobre, il politologo Angelo Panebianco sottolineava come il ballottaggio preventivo rappresenterebbe una soluzione accettabile per tutti i grandi e medi partiti italiani, senza generare eccessivi entusiasmi da parte di alcuno - ciò che va interpretato come un segnale di equilibrio. Potrebbero, quindi, esserci le condizioni per realizzare una riforma elettorale equilibrata, condivisa e duratura. Un'occasione da non perdere.

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28.02.2011

 

 

 

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