a cura di Federico Pedrocchi, Chiara Albicocco e Alberto Agliotti
Domanda di Alessandro Bergonzoni Perché la scienza è sicura delle cose solo se le dimostra? Perché la scienza? Perché?
Risponde Armando Massarenti, filosofo, responsabile
della Domenica
de IlSole24ORE.
Sono tre domande difficili e man mano che si accorciano diventano più pregnanti. Dimostrare qualcosa non è affatto semplice, dimostrarlo con certezza è ancora più difficile. Ma questo è il nucleo solo di una certa parte della scienza, che poi è la matematica, la logica. È qui che si ottengono davvero certezze, dimostrazioni di teoremi che valgono - verrebbe da dire - per l'eternità: una volta dimostrato, il teorema di Euclide vale per sempre, anche se comunque non bisogna dimenticare le ipotesi di contorno, che sono un aspetto molto importante della scienza. Come diceva Galileo, però, ci sono le certe dimostrazioni ma anche le sensate esperienze: tutta una parte della scienza riguarda l'esperienza, cioè la possibilità di fare ipotesi interessanti e poi verificarle, e nella verifica ciò che conta è ragionare per prove ed errori, lo sosteneva già Bacone, teorizzatore della scienza empirica moderna, per non parlare di Popper. Attraverso l'esperienza cerchiamo di capire come stanno le cose e spesso l'esperienza ci fornisce grandi confutazioni, questo è il meccanismo che fa andare avanti la scienza.
Certo, se un ricercatore dimostra qualcosa, questo diventa scienza. Ma qui il termine dimostrazione è usato in senso più vago, come prova continua entro una comunità di esperti che possono criticare e confutare. Il bello della scienza è proprio questo: induce a un sapere critico ed espone subito a critiche anche feroci da parte di una comunità di eguali.
Perché la scienza? È incredibile e straordinario che un animale - l'uomo - a un certo punto si sia imbarcato nell'avventura della conoscenza: non è per niente naturale. Ancora oggi, quando diciamo che il sole sorge, diciamo una cosa antiscientifica, che riguarda però una sorta di scienza ingenua, utile per la vita quotidiana. È il nostro modo di percepire la realtà: non del tutto antiscientifico, però basato su una serie di pregiudizi e di errori anche cognitivi. La difficoltà è riuscire ad astrarre e arrivare a verità che nella vita quotidiana non ci servono a nulla, ma che ci dicono come stanno le cose, com'è fatto l'universo, com'è fatta la materia nelle sue parti più piccole.
Perché? È una domanda ancora più sottile che fa parte della natura umana. La parola "perché" è la chiave per farci accettare un ragionamento, anche se l'argomentazione non regge completamente. Lo ha provato un esperimento degli anni settanta condotto da Ellen Langer, psicologa ad Harvard. Gli sperimentatori chiedevano il permesso di passare davanti in una coda di persone, ignare di tutto, in attesa davanti a una fotocopiatrice. La percentuale di successo cresceva purché nella domanda si usasse la parola "perché", sia con motivazioni sensate come "perché ho fretta", sia con motivazioni non proprio valide, come "perché devo fare delle fotocopie".
Le domande di Bergonzoni, che conosce le sfumature delle parole, sono poste in maniera ingenua ed è giusto che sia così, perché la scienza deve rendere conto a una società più ampia e deve avere l'occasione di specificare meglio quello che fa.