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a cura di Barbara Gallavotti

"Oh oh, mi è semblato di vedele un gatto". Il canarino Titti pronuncia spesso questa frase, ma anche noi abbiamo frequentemente la sensazione di aver visto qualcosa di cui non siamo certi... e, ancora più spesso di quanto non immaginiamo, non vediamo le cose che ci sono di fronte. E non è questione di diottrie. A questo proposito c’è un famoso esperimento, diventato poi una candid camera. Un ricercatore chiede una informazione a un passante, mentre sta rispondendo il passante viene distratto un momento, quindi torna a girarsi verso il suo interlocutore e finisce tranquillamente di dare la risposta… tutto ok se non fosse che nell’istante in cui il passante si è girato il ricercatore ha rapidamente lasciato il posto a un complice… come è possibile non accorgersi di un cambiamento tanto vistoso? Se lo è chiesto il New York Times in un articolo a firma di Natalie Angier. I neuroscienziati naturalmente sono al corrente di questo fenomeno da tempo, è hanno dato una spiegazione: perché noi possiamo essere coscienti di qualcosa occorre prima che l’immagine raggiunga le cellule della nostra retina, e poi che venga trasmessa al cervello il quale la elabora. Le informazioni potenzialmente contenute in una immagine però sono molte di più di quante il nostro cervello possa registrarne, di conseguenza inevitabilmente il processo di trasferimento di informazioni dalla retina e quindi di elaborazione comporta anche una selezione. Ovviamente ciò non è un male, anzi: cosa ne sarebbe di noi se attraversando una strada la nostra attenzione si concentrasse allo stesso modo sulla sbavatura di vernice delle strisce pedonali, sulla sciarpa della signora che ci viene incontro, sulle vetture parcheggiate, senza dare alcuna priorità alla macchina che ci sta investendo? Comunque il numero di cose di cui ci accorgiamo non è affatto irrilevante, si calcola che vengano registrati circa 30-40 oggetti al secondo. Come avviene la selezione delle cose importanti? Fondamentalmente in due modi. Una, che gli scienziati definiscono selezione dal basso in alto, porta all’attenzione gli stimoli che spiccano sull’ambiente: una mano che si scuote, una bandiera colorata che sventola, insomma tutto ciò che corrisponde all’equivalente visivo di un richiamo gridato. Inutile dire che è proprio questo il tipo di richiamo che cercano di mimare i pubblicitari. E poi c’è la selezione che potremmo definire dall’alto in basso, cioè quella operata direttamente dal nostro cervello quando ci guardiamo intorno cercando qualcosa, che può essere anche nascosta o poco appariscente. I due tipi di selezione sembrano prodursi attraverso l’attivazione di circuiti cerebrali differenti, e quello legato alla ricerca di qualcosa appare più complesso rispetto a quello legato al captare gli oggetti appariscenti per l’aspetto o per il loro movimento.
Comunque sia, e lo sapevamo già da tempo, la nostra visione della realtà è assai parziale, e spesso siamo ciechi ai dettagli o ai cambiamenti subiti da ciò che avviene intorno a noi. Erroneamente, ci illudiamo di avere un quadro fedele dell’ambiente in cui viviamo.

Esperimento:
Il New York Times riporta un divertente esperimento concepito da Jeremy Wolfe of Brigham and Women's Hospital and Harvard Medical School: potete farlo anche voi!

Clicca QUI!

Si tratta di un’opera dell’artista Ellsworth Kelly suddivisa 64 quadratini di diversi colori. Potete ammirarla per qualche secondo, poi vi comparirà la domanda a sorpresa: il quadratino evidenziato ha forse cambiato colore? A voi la risposta…


 

 

 

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