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La caletta delle tartarughe


 
   
 

a cura di Federico Pedrocchi, Chiara Albicocco e Alberto Agliotti

Ulisse è tornato in mare. Prima di lui Achille, Rimass, Bagua, Luca Q. Sono esemplari fortunati tra le centinaia di tartarughe marine dell'Adriatico che ogni anno subiscono danni a causa dell'attività umana. Restano impigliate nelle reti a strascico e rischiano l'annegamento, o si feriscono nell'urto con imbarcazioni. All'Ospedale delle tartarughe di Riccione, gestito dalla Fondazione Cetacea, si cerca di rimediare. Gli animali recuperati vengono curati e rilasciati in mare quando le loro condizioni lo consentono.

Dal 15 giugno scorso l'Ospedale ha un reparto in più, per la riabilitazione: mille metri quadrati di mare dove gli animali possono prendere di nuovo confidenza con l'ambiente marino, prima della liberazione definitiva. "Dopo mesi passati in vasca, nutrite dai medici dell'ospedale, le tartarughe devono riabituarsi alla profondità, alle apnee, alla caccia di prede vive" spiega Valeria Angelini, biologa della Fondazione.

La caletta delle tartarughe, così è stata battezzata, si trova a Numana, nelle Marche, a ridosso di una scogliera frangiflutti artificiale che la separa da una spiaggia. Una rete alta tre metri e lunga cento la divide invece dal mare aperto. A turno, tre volontari presidiano l'area: sono studenti di veterinaria, biologia, scienze naturali. "Da tempo pensavamo a realizzare questo spazio. L'occasione è arrivata grazie al progetto europeo NETCET, finanziato dal programma Ipa Adriatico" racconta Sauro Pari, presidente di Cetacea.

Il rilascio delle tartarughe avviene poi a due o tre miglia dalla costa ed è sempre un momento di festa. Una motonave colma di turisti accompagna gli animali, che vengono trasbordati su una barca d'appoggio più piccola e agile, e da lì rimessi in mare. Come i suoi simili, appena in acqua Ulisse si è immersa senza incertezze. "Quando abbiamo finanziamenti adeguati, cerchiamo di seguire gli animali con segnalatori satellitari per tracciarne le rotte" spiega Angelini. Non è il caso di Ulisse: per lei solo una targhetta di riconoscimento, nell'eventualità di un secondo recupero. Che naturalmente nessuno si augura.

Ascolta l'intervista a Valeria Angelini e Sauro Pari

Scarica il file audio in mp3

24.06.2013

 

 

 

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