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Boosting, il doping paralimpico


 
   
 

di Federico Pedrocchi e Chiara Albicocco

Il doping non è un fenomeno riservato agli atleti normodotati. Coinvolge, purtroppo, anche il mondo paralimpico e viene indicato comunemente come boosting.

Il termine indica l'induzione di un riflesso anomalo del sistema nervoso autonomo (definita in gergo disriflessia autonoma) in persone che hanno subito lesioni alla colonna vertebrale nelle zone cervicale e toracica. Questo riflesso induce un miglioramento delle prestazioni dello sportivo paralimpico e in quanto tale va considerato una forma di doping.

L'atleta si infligge una serie di lesioni per aumentare i livelli di pressione sanguigna e di adrenalina in circolo, al fine di avere una maggiore resa agonistica in gara. Lo stratagemma più frequente consiste nel bloccare il catetere e impedire che la vescica si svuoti, ma non mancano casi di ossa fratturate o posizioni innaturali di alcune parti del corpo. Tutto questo è possibile perché queste persone hanno perso l'uso di determinati recettori e dunque non percepiscono alcuna forma dolore. Per questo motivo viene anche chiamato doping del dolore.

"Il boosting può mettere a repentaglio la salute degli atleti - spiega Marco Bernardi, professore di medicina sportiva all'Università La Sapienza di Roma e coordinatore dei medici del Comitato Italiano Paralimpico (CIP) - L'aumento della pressione sistolica può essere tale da innescare un'emorragia cerebrale e per questo tale pratica è stata bandita dal Comitato Paralimpico Internazionale a partire dal 1994"

Anche alle Paralimpiadi di Londra sono emersi casi di boosting, soprattutto in quelle competizioni che si protraggono per più tempo, come ad esempio le partite di rugby in carrozzina.

Ascolta l'intervista a Marco Bernardi

Scarica il file audio in formato mp3

24.10.12

 

 

 

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