a cura di Federico Pedrocchi, Chiara Albicocco e Alberto Agliotti
Per adesso sono due, ma il sito dove sono stati trovati, in Sudafrica, si annuncia come uno dei più ricchi. Parliamo degli scheletri di Australopithecus sediba, questo il nome stabilito dai ricercatori africani che li hanno rinvenuti a quaranta chilometri da Johannesburg, meritandosi la copertina di Science.
"Spesso eleggiamo un singolo reperto a rappresentante di un'intera specie, qua invece possiamo avere un'idea di variabilità all'interno di una popolazione" spiega Giorgio Manzi, paleontologo, docente di Storia naturale dei primati all'Università La Sapienza di Roma. Ma il grande motivo di interesse della scoperta è anche un altro: gli scheletri risalgono a due milioni di anni fa, momento fatidico della nostra storia evolutiva. "È il momento in cui compare il genere homo, che comprende la nostra specie - homo sapiens - e altre ormai estinte, ma non questi reperti, nei quali sono ancora forti i caratteri degli antenati precedenti. Siamo in un momento di passaggio tra scimmie antropomorfe bipedi e forme che incominceranno un'altra storia, quella dell'encefalizzazione, della crescita del cervello per dimensioni e facoltà più nobili che ci caratterizzano." Ma l'evoluzione umana non è stata una sequenza di specie che si sono succedute, come suggeriva una fuorviante idea diffusa nel Novecento, quando si cercava il fantomatico anello mancante. "Gli adattamenti non si accumulano in modo progressivo di specie in specie" spiega Telmo Pievani, evoluzionista e docente all'Università Milano Bicocca. "Avviene piuttosto una sorta di esplorazione in cui ciascuna specie, come sediba, è portatrice di un mix tutto suo di caratteri un po' arcaici e altri più moderni che si trovano anche nel genere homo. Le forme di transizione poi non sarebbero quasi mai singolari. Il passaggio dall'australopiteco all'homo potrebbe essere avvenuto a mosaico, attraverso più specie in territori diversi. Questo aumenta tantissimo il grado di complessità, ma anche di interesse di queste storie." È l'ipotesi del fiancheggiamento, sostenuta dai sudafricani, forse non esenti da suggestioni patriottiche, visto che da decenni si dibatte sul fatto che il genere homo abbia avuto origine in Etiopia oppure in Sudafrica. "Ma l'evoluzione spesso è legata a un fenomeno contingente e si può anche pensare che la contingenza si sia verificata una volta, in una popolazione circoscritta." interviene ancora Manzi. "Se è così, dato che i più antichi manufatti in pietra sono in Africa orientale e risalgono a mezzo milione di anni prima di sediba, forse quest'ultimo è un etiope emigrato in Sudafrica. Il genere homo potrebbe essere comparso in Africa orientale ed essersi poi diffuso sia verso il Nord, anche fuori dall'Africa, che verso il Sud.""
Al microfono Giulio Manzi dell'Università La Spaienza di Roma e Telmo Pievani dell'Università Milano Bicocca
Ascolta l'intervista a Giulio Manzi e Telmo Pievani