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a cura di Maurizio Melis
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"Folle sarebbe stato proclamare la propria fede
in Copernico. Folle e gravido di conseguenze. Eppure, poco
dopo la morte di Evangelista, la sua servitrice Diadora
confidò che egli "lavorava di giorno, e la notte
osservava le stelle."
In
questo passo dell'ultimo libro di Fabio Toscano, "L'erede
di Galileo. Vita breve e mirabile di Evangelista Torricelli"
(Ediz. Sironi), c'è tutto il dramma e la contraddizione
di uno dei più grandi scienziati del '600: Evangelista
Torricelli, da tutti considerato l'Erede di Galileo. Fu
nominato suo successore dal Gran Duca di Toscana nel 1642,
appena dopo la morte del maestro. Se da un lato ciò
lo proiettò ancora giovane ai vertici della scena
intellettuale europea - aveva solo 33 anni - dall'altro,
a causa dei recenti contrasti con Galileo, la poltrona di
"Matematico di sua altezza il Granduca" era tra
le più strettamente vigilate dalla Inquisizione.
Insomma una poltrona prestigiosa ma scomoda, su cui Torricelli
sedette fino alla morte con grande pragmatismo, ma forse
non senza qualche rimpianto.
In
realtà le vite dei due numi si incrociarono solo
per un breve periodo, durante il quale Torricelli divenne
il assistente di Galileo. Entrambi però desideravano
da tempo incontrarsi. Torricelli perché era un Galileiano
convinto, considerava Galileo il padre del cambiamento intellettuale
che soffiava su tutta Europa, e inoltre uno stage con Galileo
- oggi diremmo così - era il meglio a cui poteva
aspirare un giovane matematico, ambizioso e desideroso di
affermarsi come Torricelli. Galileo da parte sua era altrettanto
ansioso di conoscerlo perché aveva intravisto nei
lavori del giovane Torricelli la profondità di pensiero
e la visione di un grande scienziato. Non si contano le
lettere in cui Galileo elogia il matematico faentino, e
si augura di poter discutere con lui di molte questioni.
Fino a quel momento Torricelli si era fatto notare soprattutto
per lavori matematici. Un'opera di geometria, in particolare,
aveva impressionato Galileo: il calcolo dell'area del cosiddetto
"solido iperbolico" (vedi fig. sopra). In essa
Torricelli dimostrava che potevano esistere dei solidi con
un volume finito pur avendo una delle tre dimensioni di
lunghezza infinita. Per giungere a questi risultato, Torricelli
utilizzò il metodo degli "indivisibili"
(antenato del moderno calcolo infinitesimale) con grande
maestria, e introducendo alcune novità decisive.
La collaborazione diretta tra due, però, durò
infine solo poche settimane, perché meno di un mese
dopo l'arrivo di Torricelli Galileo si ammalò gravemente
e morì.
Torricelli fu uno scienziato assai più attento al
quieto vivere del maestro. Basti pensare al tema dell'esistenza
del vuoto, a quel tempo decisivo e contrario alla disciplina
aristotelica - si trattava cioè di qualcosa in odore
di eresia. Con l'invenzione del barometro, il capolavoro
di Torricelli, lo scienziato non sono dimostrò che
l'aria aveva un peso e che questo peso si manifestava sotto
forma di pressione, ma soprattutto creò per la prima
volta il vuoto, e con un ingegnoso accorgimento dimostrò
che effettivamente di vuoto si trattava.
Torricelli era consapevole che il suo lavoro avrebbe potuto
arrecargli non pochi problemi, e si dimostrò a dir
poco prudente: si garantì la priorità della
scoperta e poi passò ad altro; evitò accuratamente
considerazioni filosofiche di qualunque tipo, o forse si
trattenne a stento dal farne, non lo sappiamo. Quello che
sappiamo è che morì a soli 39 anni e nella
sua breve vita riuscì anche a divenire uno dei migliori
costruttori di telescopi del suo tempo. Di certo provava
una a una le sue lenti, ma non parlò mai di astronomia.
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