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a cura di Maurizio Melis
Il tempo non suona mai due volte
(Raffaello Cortina Ed.). E' il titolo dell'ultimo
libro
di Etienne Klein, fisico, e uno dei più
noti divulgatori scientifici. Torna sul tema del tempo
(come irresistibilmente attratto: è quanto dichiara
nell'introduzione) anni dopo il suo precedente Le
strategie di Crono. E torna per dirci, prosaicamente,
che una volta passato, il tempo non torna più.
E' la più banale delle constatazioni, e al contempo
una delle più profonde.
Il tempo rimane, nonostante sia stato sminuzzato dagli
ingranaggi cerebrali dei più grandi pensatori
della storia, un concetto sfuggente. Lo stesso linguaggio
quotidiano è fuorviante a proposito del tempo.
Klein, nel suo libro uscito per Cortina, conduce il
lettore attraverso un intrico di paradossi fino ai confini
del tempo (se è lecito definirli tali) per farci
scoprire che questi paradossi non sono altro se non
il segno di quanto ancora ci resta da capire attorno
a uno dei misteri più profondi della fisica e
della filosofia. Abbiamo incontrato Klein al Festival
della scienza di Genova e gli abbiamo chiesto di
aiutarci a capire i termini della questione.
Ascolta
l'intervista audio!
Mi scusi Messieur Klein, che ore sono?
Le 20:30, ma l'ora non è il tempo, mentre quando
parliamo del tempo, utilizziamo la stessa parola per
intendere cose molto diverse. Dunque il linguaggio a
proposito del tempo è fonte di confusione.
Tuttavia, grazie alla fisica, possiamo fare una sorta
di critica del linguaggio, non certo per cambiare il
linguaggio quotidiano o le espressioni con cui comunemente
parliamo di tempo, ovviamente, ma perché questa
critica al linguaggio ci permette di capire meglio che
cosa è il tempo.
E quindi cos'è il tempo? Esiste o non esiste?
E' solo un concetto o invece è una entità
reale, qualcosa che possiamo "toccare", per
così dire
Non lo possiamo toccare, certamente no, ma c'è
chi sostiene che proprio non esista; che sia cioè
un concetto astratto, privo di una realtà propria.
Per cominciare, proviamo a ragionare sul presente: non
appena appare, il presente, subito scompare nel passato;
è qualcosa che cessa di essere nel preciso istante
in cui comincia ad esistere. Dunque, dire che il presente
"esiste" è quantomeno problematico.
Contemporaneamente però, il presente, per definizione,
esiste sempre. Infatti c'è sempre un presente,
l'istante che stiamo vivendo.
Ecco insomma che salta fuori subito una contraddizione,
tra questo presente che esiste sempre, e il presente
come qualcosa di costantemente evanescente. E' questo
il punto: non appena cerchiamo di trattare la questione
del tempo, per esempio andando ad analizzare meglio
cosa significhino le espressioni che utilizziamo comunemente
nel linguaggio, ecco che otteniamo subito contraddizioni
e paradossi. Dunque la questione è se il tempo
sia qualcosa che obbligatoriamente suscita il paradosso,
o se invece possiamo arrivare a superare questo paradosso
e a costruire una filosofia del tempo che sia coerente.
In fisica la "questione del tempo", chiamiamola
così, è molto forte. Lei fa spesso un
esempio, quello delle palle da biliardo. Mi permatta
di riassumere. Lei dice: prendiamo un filmato in cui
una palla da biliardo ne colpisce un'altra: tutti sappiamo
che la seconda rimbalza via secondo l'angolo di incidenza:
è la legge degli urti. Se proiettassimo questo
filmato al contrario non ci troveremmo nulla di strano,
anzi, non sapremmo nemmeno scegliere quale dei due è
il filmato originale. Ma pensiamo a quando, a inizio
partita, si spara una palla sul quel triangolo ordinato
di palline che sta dall'atro lato del tavolo - si dice
che si "spacca". Se lo proiettassero al contrario
se ne accorgerebbero tutti. Tutti capirebbero che il
filmato in cui le palline arrivano da tutte le direzioni
e si dispongono a triangolo, è il filmato proiettato
al contrario. Insomma: abbiamo delle leggi fisiche,
quelle degli urti nel nostro esempio, che in un caso
descrivono un comportamento reale, in un altro - con
il tempo che scorre alla rovescia - qualcosa che invece
non si è mai visto: che è impossibile,
verrebbe da dire. E' un'altra contraddizione
Certamente. Le leggi fisiche lasciano intendere che
i fenomeni siano reversibili, perché le equazioni
della fisica lo richiedono, ma nella vita di tutti i
giorni vediamo fenomeni irreversibili. Duque c'è
una contraddizione tra la realtà empirica, l'esperienza,
e le equazioni con le quali si pretende di descrivere
questa realtà empirica. E' un dato molto interessante
che proprio il Nobel di quest'anno sia stato dato a
tre fisici che hanno elaborato un concetto molto complicato
detto "rottura spontanea della simmetria"
che è proprio un tentativo di spiegare come delle
leggi fortemente simmetriche possano pilotare un mondo
che invece non è simmetrico. Dunque siamo di
fronte a una questione generale della fisica. Dobbiamo
comprendere se le nostre equazioni ideali sono veramente
delle astrazioni, o se sono connesse al reale da dei
percorsi che siamo in grado di ricostruire.
Il rapporto Causa/Effetto: mi pare che lei sostenga
che per capire il tempo dovremo passare da lì
Sì, il principio di causalità è
un principio che i fisici, da Newton in avanti, utilizzano
sistematicamente nella teoria. E con un'efficacia e
soprattutto un impatto sulle osservazioni sperimentali
che è decisivo.
Ma la causalità non è solo un principio
strutturante delle teorie fisiche consolidate. Oggi,
mentre cerchiamo di andare oltre queste teorie e di
costruirne di più generali, come la teoria delle
stringhe, il principio di causalità è
là, e occupa un posto fondamentale. Infatti,
potrebbe anche essere più importante del tempo
stesso, ovvero potrebbe essere che il tempo non sia
altro che il modo di manifestarsi: una "emanazione"
della casualità.
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