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C'è una statua nella piazza centrale di Amalfi. Raffigura
un uomo che tiene in mano una bussola e la osserva con espressione
assorta. L'incisione riporta un nome: Flavio Gioia; e gli Amalfitani
non hanno dubbi: è lui l'inventore della bussola. Ma di
un Flavio Gioia nelle cronache del tempo - parliamo del XII secolo
- non c'è traccia. A quell'epoca però, all'inizio
del 1200, iniziarono ad apparire in Europa i primi riferimenti
alla bussola, che per la fine del secolo era ormai diffusa ovunque
e pronta ad innescare una rivoluzione politica ed economica.
Fu proprio Amalfi a trasformare la bussola in uno strumento di
navigazione perfezionato, tecnologicamente avanzato; e infatti
a questa invenzione corrispose un'era di grande sviluppo, potenza
e prestigio per la città, al tempo delle repubbliche marinare.
Gli Amalfitani combinarono il magnete galleggiante con una rosa
dei venti, dando alla bussola la capacità di indicare ogni
direzione, e non solo l'asse Nord-Sud. Ciò aprì
la strada alla navigazione invernale (prima impossibile nel mediterraneo
a causa dei lunghi periodi di copertura nuvolosa), e fornì
il sistema di riferimento alla cartografia nautica, che diede
un ulteriore impulso alle tecniche di navigazione. Questa ne fu
sconvolta, e così i commerci e gli equilibri militari.
Si aprì un'epoca di esplorazioni che proseguì per
secoli, e rotte terrestri utilizzate per millenni furono abbandonate
a favore di rotte marine.
Gli amalfitani, forse ansiosi di non perdere il primato della
città per l'invenzione della bussola, nei secoli hanno
elaborato una memoria collettiva che ha attribuito l'invenzione
a Flavio Gioia, dando così un volto e un nome al primato
della loro città. O forse Flavio Gioia è veramente
esistito. La questione è controversa. Quel che invece è
certo, è che la bussola non fu inventata in Europa. Anche
se fu l'Europa a sfruttarla appieno.
La bussola giunse in Europa in un momento imprecisato, all'inizio
del secondo millennio d.C. Arrivò da oriente, per la via
della seta: un viaggio lungo e pericoloso che durava anni, prima
attraverso le sterminate pianure dell'asia e le montagne del Caucaso,
e poi attraverso il Mar Nero e il Mar Mediterraneo. Un viaggio,
però, anche molto fruttuoso, se si considera che i commercianti
vendevano in Italia un chilo di pepe a 80 Fiorini, mentre in India
lo avevano pagato 3. Sta di fatto che l'oggetto che causò
la distruzione di queste millenarie vie di comunicazione, giunse
proprio per quelle vie: una specie di paradosso.
Quando giunse in Europa, l'antenata della bussola aveva probabilmente
la forma di un animale, forse un pesce o una tartaruga: un pezzo
di magnetite che veniva lasciato galleggiare sulla superficie
dell'acqua. Nella sua terra d'origine - la Cina - veniva usato
da più di mille anni come oggetto cerimoniale, nel culto
del feng-shui. Infatti doveva certo essere un oggetto magico perché
indicava sempre il Nord.
La bussola rimase insomma per oltre mille anni confinata al solo
ambito cerimoniale. D'altronde era l'Europa ad averne bisogno
per la navigazione. Infatti in pieno Mar Meditarraneo, dove le
acque sono profonde, lo scandaglio, che allora era il principale
strumento di navigazione, non serviva a nulla. L'unico strumento
di orientamento utile erano il sole e le stelle. Ma d'inverno
il cielo poteva rimanere coperto per giorni e giorni, e ciò
significava perdersi anche per i migliori marinai. In oriente
invece, sulle acque dell'oceano indiano spirano venti estremamente
regolari, tanto da funzionare, de facto, come bussola.
Quella vera, perciò, non fu mai perfezionata.
In Europa, invece, l'apertura delle rotte invernali e la possibilità
di raddoppiare i viaggi fu una vera manna per le repubbliche marinare,
che non solo poterono arricchirsi molto di più, ma furono
spinte anche a costruire vascelli più grandi, che non avrebbero
avuto senso per viaggi di pochi mesi. Non solo, poterono, grazie
alla bussola, dare il via a una stagione di esplorazioni che li
portarono virtualmente a toccare ogni punto del globo: a scoprire
le americhe, a doppiare Capo di Buona Speranza e lo Stretto di
Magellano.
Nella storia delle innovazioni e dell'ingegno umano si incontrano
spesso di queste schizofrenie. Il progresso non è un percorso
lineare: le idee vengono perdute, ritrovate, declinate in forme
nuove. E spesso la necessità, come recita un vecchio proverbio,
aguzza l'ingegno.
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