La stella polare ha ripreso a pulsare. Da un secolo le oscillazioni
ritmiche di luminosità dell'astro che indica il Nord si
andavano affievolendo. L'entità delle variazioni era passata
dal 10%, misurata a inizio '900, al 2%, tanto che gli scienziati
la tenevano d'occhio nella speranza di cogliere l'ultimo sussulto,
prima che entrasse in una fase più stabile della sua vita
prendendo infine a bruciare con luminosità costante. Invece,
sorpresa: le variazioni di luminosità si sono fatte improvvisamente
più intense, tornando a un valore prossimo al 4%. Se n'è
accorto un team di scienziati Australiani, Scozzesi e Statunitensi,
che erano appunto a caccia dell'ultima pulsazione.
Nessuno al momento è in grado di spiegare il perché
di questo inatteso comportamento, anche se la stella polare appartiene
ad una classe di stelle ben studiate e conosciute, le cosiddette
Cefeidi, che hanno avuto un ruolo importante nella storia dell'astronomia.
Anzi, è la Cefeide più vicina alla Terra.
Ma andiamo con ordine: uno dei problemi tipici con cui hanno a
che fare gli astronomi è capire a che distanza si trovino
gli oggetti astronomici. Non è un'impresa facile. Le stelle
infatti, con l'eccezione delle più vicine, sono troppo
distanti perché si possa osservare, anche spostandosi da
un estremo all'altro dell'orbita terrestre - ciò che accade
naturalmente ogni 6 mesi - un qualsiasi effetto prospettico; lo
stesso tipo di effetto che osserviamo, per esempio, quando camminando
per strada vediamo gli alberi o gli edifici nei dintorni muoversi
rispetto allo sfondo, poniamo, di montagne.
Per stelle che distano non più di qualche centinaio di
anni luce, e affidandosi a strumenti comunque più precisi
dell'occhio umano, ce la si può ancora fare. Ma se andiamo
oltre, e cioè se, su scala cosmica, appena ci proponiamo
di abbandonare il giardino di casa, il metodo in questione, noto
come metodo della parallasse, non funziona più. Ed è
qui che entrano in scena le cefeidi.
Era il 1784 quando l'astronomo dilettante John Goodicke scoprì
la prima, nella costellazione di Cefeo - ed ecco svelato il nome
della classe - ma si dovette attendere il 1912 prima che se ne
scoprisse la peculiarità, ad opera dell'astronoma statunitense
Henrietta Leavitt. La Leavitt, che all'epoca aveva 44 anni ed
era specializzata nell'osservazione delle stelle variabili, osservò
25 Cefeidi nella Nube di Magellano e si rese conto che il periodo
con cui variava la luminosità di queste stelle era collegato
in modo preciso con la loro luminosità: una Cefeide con
un periodo di tre giorni ha una luminosità pari ad 800
volte quella del Sole, una con un periodo di trenta è 10.000
volte più luminosa. Insomma: bastava misurare il periodo
di oscillazione per sapere la luminosità effettiva, e confrontandola
con la luminosità apparente se ne ricavava la distanza.
Una vera manna per gli astronomi, che cominciarono a cercare Cefeidi
dappertutto. Fu così che nel 1924, proprio mediante l'osservazione
di alcune Cefeidi all'interno della nebulosa di Andromeda, l'astronomo
americano Edwin Hubble riuscì a dimostrare che Andromeda
non era una nube di gas interna alla Via Lattea, ma un'altra galassia,
esterna alla nostra, situata a circa 2,2 milioni di anni luce
di distanza. Fu così che l'Universo si allargò improvvisamente
di alcune migliaia di volte, e capimmo che la nostra amata Via
Lattea era una galassia come tante altre, e non l'Universo Isola
che si credeva.
Da allora è trascorso quasi un secolo ma ancora, ci suggerisce
il bizzarro comportamento della Stella Polare, le Cefeidi non
ci hanno svelato tutti i loro segreti.