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La stella polare ha ripreso a pulsare


 
 
 
 

A cura di Maurizio Melis

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La stella polare ha ripreso a pulsare. Da un secolo le oscillazioni ritmiche di luminosità dell'astro che indica il Nord si andavano affievolendo. L'entità delle variazioni era passata dal 10%, misurata a inizio '900, al 2%, tanto che gli scienziati la tenevano d'occhio nella speranza di cogliere l'ultimo sussulto, prima che entrasse in una fase più stabile della sua vita prendendo infine a bruciare con luminosità costante. Invece, sorpresa: le variazioni di luminosità si sono fatte improvvisamente più intense, tornando a un valore prossimo al 4%. Se n'è accorto un team di scienziati Australiani, Scozzesi e Statunitensi, che erano appunto a caccia dell'ultima pulsazione.
Nessuno al momento è in grado di spiegare il perché di questo inatteso comportamento, anche se la stella polare appartiene ad una classe di stelle ben studiate e conosciute, le cosiddette Cefeidi, che hanno avuto un ruolo importante nella storia dell'astronomia. Anzi, è la Cefeide più vicina alla Terra.
Ma andiamo con ordine: uno dei problemi tipici con cui hanno a che fare gli astronomi è capire a che distanza si trovino gli oggetti astronomici. Non è un'impresa facile. Le stelle infatti, con l'eccezione delle più vicine, sono troppo distanti perché si possa osservare, anche spostandosi da un estremo all'altro dell'orbita terrestre - ciò che accade naturalmente ogni 6 mesi - un qualsiasi effetto prospettico; lo stesso tipo di effetto che osserviamo, per esempio, quando camminando per strada vediamo gli alberi o gli edifici nei dintorni muoversi rispetto allo sfondo, poniamo, di montagne.
Per stelle che distano non più di qualche centinaio di anni luce, e affidandosi a strumenti comunque più precisi dell'occhio umano, ce la si può ancora fare. Ma se andiamo oltre, e cioè se, su scala cosmica, appena ci proponiamo di abbandonare il giardino di casa, il metodo in questione, noto come metodo della parallasse, non funziona più. Ed è qui che entrano in scena le cefeidi.
Era il 1784 quando l'astronomo dilettante John Goodicke scoprì la prima, nella costellazione di Cefeo - ed ecco svelato il nome della classe - ma si dovette attendere il 1912 prima che se ne scoprisse la peculiarità, ad opera dell'astronoma statunitense Henrietta Leavitt. La Leavitt, che all'epoca aveva 44 anni ed era specializzata nell'osservazione delle stelle variabili, osservò 25 Cefeidi nella Nube di Magellano e si rese conto che il periodo con cui variava la luminosità di queste stelle era collegato in modo preciso con la loro luminosità: una Cefeide con un periodo di tre giorni ha una luminosità pari ad 800 volte quella del Sole, una con un periodo di trenta è 10.000 volte più luminosa. Insomma: bastava misurare il periodo di oscillazione per sapere la luminosità effettiva, e confrontandola con la luminosità apparente se ne ricavava la distanza. Una vera manna per gli astronomi, che cominciarono a cercare Cefeidi dappertutto. Fu così che nel 1924, proprio mediante l'osservazione di alcune Cefeidi all'interno della nebulosa di Andromeda, l'astronomo americano Edwin Hubble riuscì a dimostrare che Andromeda non era una nube di gas interna alla Via Lattea, ma un'altra galassia, esterna alla nostra, situata a circa 2,2 milioni di anni luce di distanza. Fu così che l'Universo si allargò improvvisamente di alcune migliaia di volte, e capimmo che la nostra amata Via Lattea era una galassia come tante altre, e non l'Universo Isola che si credeva.
Da allora è trascorso quasi un secolo ma ancora, ci suggerisce il bizzarro comportamento della Stella Polare, le Cefeidi non ci hanno svelato tutti i loro segreti.

 

 

 

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