I tifosi di calcio conosceranno da tempo lo stadio Ernst Happel
di Vienna, e oggi lo conosciamo un po' tutti, perché
è proprio il luogo dove è stata disputata la finale
degli europei di calcio. Ciò che è meno noto invece
è che lo stadio attuale è la versione ristrutturata
dello stadio del Prater, inaugurato nel 1931 e opera dell'architetto
Otto Ernst Schweizer, che ne volle fare una struttura davvero
innovativa, ma per raggiungere l'obiettivo guardò al passato,
addirittura al nostro Colosseo. Ne parliamo con Bernhard
Hachleitner, storico ed esperto dell'architettura degli stadi
e del loro ruolo nella società. Lo abbiamo incontrato all'Istituto
Storico Austriaco di Roma, nel corso dell'incontro "Il
pallone, pallino della società di massa".
Sbobinatura dell'intervista: D: Buona sera Bernhard Hachleitner, allora può dirci
perché nel progettare perché nel progettare quello
che oggi è divenuto lo stadio Hernst Happel a Vienna l'architetto
Otto Ernst Schweizer pensò al Colosseo?
R: Perché in quel periodo, tra gli anni 20 e 30 del '900,
gli stadi avevano ancora grandi problemi di concezione; gli architetti
cercavano di costruire stadi che potessero essere utilizzati per
assistere a più sport, ad esempio calcio, atletica, persino
nuoto; quindi gli spettatori necessariamente finivano con il trovarsi
a grande distanza dal campo di gioco, in posizioni da cui non
potevano vedere bene. Otto Ernst Schweizer si rifece ai teatri
del passato, quelli greci e romani, e in particolare agli anfiteatri
e dunque al Colosseo, in quanto è uno dei più grandi
e sofisticati esempi di questo tipo di costruzioni. Scoprì
così che i romani avevano trovato ottime soluzioni al problema
di gestire grandi masse di persone.
D: Ad esempio quale soluzione?
R: Il progetto delle scale era perfetto, al punto che in caso
di emergenza era possibile far defluire i circa sessantamila spettatori
in 7 minuti e 43 secondi. Schweizer riuscirà poi a ottenere
per il suo stadio un tempo di svuotamento molto simile, 7 minuti
e 50 secondi, ma prima di ciò gli stadi degli anni '20
avevano bisogno di almeno venti minuti per vuotarsi. Anche il
progetto dell'area circostante il Colosseo è risultato
molto interessante, dato che era chiuso al traffico di carri e
carrozze, e di tutto ciò che non fosse pedonale
D: Lo spazio esterno?
R: Si, all'esterno si trovava questa fascia larga 18 metri nella
quale solo i pedoni erano ammessi, perché se subito all'uscita
di un luogo affollato vi è una zona congestionata di traffico
è evidente che non è possibile far defluire le persone.
Schweizer applicò molte delle osservazioni compiute sul
Colosseo nella costruzione del suo stadio di Vienna
D: Le soluzioni trovate da Schweizer sono ancora attuali?
R: Sì, bhé in primo luogo stiamo ancora usando
lo stadio di Vienna, anche se ristrutturato, e ciò prova
la sua attualità. Poi le idee formulate da Schweizer stanno
addirittura diventando sempre più importanti, non solo
quelle che si riferiscono a come svuotare uno stadio ma anche
quelle relative a come distribuire gli spettatori: il dilemma
a cui accennavo all'inizio. In effetti i romani avevano trovato
una soluzione perfetta: al Colosseo tutti potevano vedere l'arena
senza difficoltà, cosa che invece non accadeva negli anni
'20 dell'ultimo secolo. Schweizer provò a risolvere il
problema proprio ispirandosi all'anfiteatro romano, la questione
però resta in evoluzione ancora oggi: le persone vogliono
vedere l'azione molto da vicino, soprattutto nelle partite di
calcio. Per questo motivo anche la pista di atletica che un tempo
correva intorno al campo sta diventando una struttura molto impopolare.
La televisione ha contribuito a questa tendenza ad avvicinare
gli spettatori al campo, perché se c'è una grande
distanza fra il pubblico e i giocatori in video si ha una sensazione
di vuoto proprio là dove invece ci dovrebbe essere densità
di spettatori, per creare l'atmosfera giusta.
D: Lei mi diceva che questo problema si è presentato
negli anni '90 proprio in relazione al campionato italiano
R: Si, accadde una cosa strana, negli anni '80 e '90 si cominciarono
a vendere in tutto il mondo i diritti televisivi delle partite.
Tutte le leghe calcio più importanti, come la Serie A in
Italia, o la Premierleague in Inghilterra o la Bundesliga in Germania,
cominciarono allora a cercare di vendere i diritti anche molto
lontano, come in Asia o in Australia. In Italia c'erano squadre
eccezionali, probabilmente il Milan aveva i migliori giocatori
al mondo, eppure nessuno accettò di pagare un buon prezzo
per i diritti TV della serie A. Il problema venne studiato e si
scoprì che la gran parte degli stadi italiani avevano una
pista di atletica intorno al campo, poi delle barriere trasparenti
e difensive dietro cui si trovavano le prime linee degli spettatori.
Così, a meno che lo stadio non fosse proprio colmo, le
persone preferivano sedere un po' più in alto, sopra le
barriere. In televisione però venivano inquadrate soprattutto
le prime file e il risultato che lo stadio sembrava vuoto e la
gente in Asia diceva "perché dovrei seguire una partita
che non ha spettatori?".
D: Quale è la relazione fra uno stadio e la città
che lo circonda?
R: I grandi stadi attraggono ovviamente molte persone, per alcuni
la relazione con lo stadio è quasi quella con un luogo
di culto, di conseguenza gli stadi influenzano lo sviluppo della
città; ad esempio a Vienna c'è una linea di metropolitano
che va allo stadio, ovviamente non è stata costruita solo
per questo ma di sicuro lo stadio è stato una delle ragione,
visto il gran numero di persone che debbono raggiungerlo; come
pure nei suoi paraggi è stato eretto un centro commerciale,
approfittando della visibilità data dal fatto che ovviamente
tutti conoscono e sanno raggiungere il luogo dove è lo
stadio
D: Si crea una sorta di sottocittà?
R: A volte sì, e ad esempio negli Stati Uniti a volte
gli stadi sono utilizzati proprio come elemento cardine di riqualificazione
di un'area. Soprattutto nel caso di zone centrali degradate spesso
si usa la filosofia di creare un grande polo di attrazione della
folla che può essere un cinema, ma meglio se è uno
stadio, così da suscitare interesse per l'area e attrarre
investitori privati.
L'università (italiana) che non
c'è
Critiche severe e grande impegno per cambiare le cose. Intervista a Mauro
Ferrari, uno dei massimi esperti mondiali di bioingegneria e nanotecnologie.