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Sotto falso nome.
Scienziate italiane ebree


 
   
 

a cura di Chiara Albicocco e Sara Occhipinti

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La violenta campagna antisemita, scoppiata in seguito alla pubblicazione sul Giornale d'Italia del Manifesto della razza, il 14 luglio 1938, travolse come un uragano le scienziate e gli accademici ebrei. Successivamente alla diffusione dei "Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista", uomini e donne di scienza ebrei furono radiati dalle università, dalle accademie, dagli istituti culturali; in molti casi furono costretti alla fuga per evitare la deportazione e la morte.
Eugenia Sacerdote Montalcini, cugina di Rita Levi Montalcini e anche lei scienziata, racconta nel servizio di quando fu obbligata a emigrare all'estero .

La stessa Rita Levi Montalcini, Premio Nobel per la medicina nel 1986, visse quegli anni in clandestinità, sotto il falso nome di Rita Lupani

Proprio le donne scienziate furono, se possibile, ancora più colpite dalle leggi razziali: vennero addirittura cancellate dagli elenchi ufficiali dei radiati.
Questa memoria perduta le ha rese per lungo tempo doppiamente invisibili: come donne di scienza e come ebree.
Raffaella Simili le fa rivivere nel suo libro "Sotto falso nome, Scienziate italiane ebree (1938-1945)".
Nel libro sono raccolte le testimonianze di queste donne straordinarie e delle persone con cui hanno vissuto.

Luciana Nissim Momigliano, medico, fu deportata ad Auschwitz appena laureata, grazie alla sua professione, riuscì a sopravvivere al campo di concentramento e a tornare a casa, per diventare un'autorevole psicoanalista, riconosciuta a livello internazionale.

"Partimmo da Fossoli di Carpi, vicino a Modena, la mattina del 22 febbraio 1944, con alcuni tra i miei più cari amici, Vanda Maestro, Primo Levi e Franco Sacerdoti. …Eravamo 50-60 persone in ogni carro bestiame e il numero totale dei deportati si aggirava sui 550-600. Eravamo scortati unicamente da soldati tedeschi"

Furono catturati sulle montagne, dove si erano riuniti insieme ad altri per dare vita alla resistenza contro i tedeschi. La loro lotta fu breve, qualcuno tradì, e vennero incarcerati ad Aosta. Dopo un periodo di reclusione a Fossoli, i quattro amici furono deportati ad Auschwitz-Birkenau.
Il treno arrivò a destinazione alle 22.30 del 26 febbraio. Era un sabato.

"Entriamo in un portone, sul frontone c'è scritto "Arbeit macht frei": il lavoro rende liberi…Un SS si avvicina… a noi: ci guarda bene, per fare una scelta tra noi donne; una la manda a destra, una a sinistra. Mette anche Vanda e me nel gruppo di sinistra. Ci dicono di metterci in fila…e cominciano colla prima di noi il sinistro rituale dell'iniziazione al campo: le tatuano sull'avambraccio sinistro, con uno stiletto intriso nell'inchiostro, un numero d'ordine, e sotto un triangolino - il triangolino significa che si tratta di un'ebrea e serve a distinguerci dai molti non ebrei presenti nel campo. Ora è il mio turno: il tatuaggio è leggermente doloroso; mentre ricevo il mio numero - 75689 - dico la prima frase tedesca che ho imparato:"Ich bin Arztin", "Io sono una dottoressa", pensando che questo può forse essere interessante, ma senza molta fiducia. Invece ben presto vedrò quale importanza riveste il fatto che io sono un medico."

Grazie alla sua professione Luciana venne mandata al Revier, l'infermeria, e conservò maggior libertà rispetto alle altre deportate. Spesso riusciva a passare nel "lager B" per far visita alla sua cara amica Vanda.

"Vanda diveniva ogni giorno più debole, il suo visino era ogni giorno più piccolo, sciupato, gli occhi meno brillanti, il suo spirito meno vivace. Le sue gambe erano gonfie, i piedi piagati, pesanti; camminava con fatica, trascinando a stento gli enormi zoccoli che le scappavano; una parola dura la faceva subito piangere."

Vanda dal viso minuto e gentile, appena laureata in chimica, femminista, che prima dell'arresto aveva iniziato la sua militanza partigiana, fu uccisa ad Auschwitz il 30 ottobre 1944 in una camera a gas.
Luciana invece resistette all'orrore e tornò a casa il 20 luglio 1945.

"Ero uscita viva dallo sterminio, anche grazie al fatto che ero laureata in medicina, ma il mio tirocinio di giovane medico si era svolto nell'orrore e nella disperazione assoluta di Birkenau. Ora però la guerra crudele era finita, e come tutti, almeno in quei primi mesi di pace, ero piena di slanci, di speranza e di voglia di ricostruire."

Due mesi dopo il suo rientro in Italia, cominciò subito a lavorare nella clinica pediatrica di Torino. Ritrovò gli amici di un tempo e si sposò con Franco Momigliano, reduce dalla guerra partigiana. Trasferitasi a Milano, si avvicinò alla psicanalisi ed ebbe il suo unico figlio. Negli anni successivi si affermò in questo campo e introdusse tecniche inedite nei percorsi psicoanalitici.

Luciana Nissim Momigliano morì a Milano il 1 dicembre del1998. Dal lontano 1947 si era rifiutata di parlare ancora del lager. D'altronde, usava dire:"Primo Levi parlava per tutti noi". Cinquant'anni prima aveva concluso i suoi ricordi con la frase:

"Del nostro trasporto sono tornate dodici o tredici persone: gli altri sono rimasti laggiù. Anche Primo Levi è tornato, ma di Vanda e Franco abbiamo solo 2 fotografie."

24.09.10

 

 

 

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