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Religiosità e generosità


 
   
 

a cura di Barbara Gallavotti

È vero che le persone religiose tendono a essere più generose e collaborative dei non credenti? Se lo chiedono non solo le persone di fede, ma anche psicologi ed evoluzionisti, che cercano di spiegare dal punto di vista scientifico il successo delle religioni nel mondo. Al proposito esistono molti studi, ma permane una certa confusione. Ora due ricercatori del dipartimento di psicologia dell'università della British Columbia, in Canada, hanno cercato di fare un pò di ordine fra i dati. Si chiamano Ara Norezayan e Azim Shariff, e i loro risultati sono stati appena pubblicati su Science. In realtà l'analisi dei due ricercatori ha mostrato una situazione più sfaccettata di quanto non si immaginasse.
Partiamo dalla convinzione più comune: le persone religiose sono anche quelle che tendono ad essere più generose. Lo dimostrerebbero diverse analisi ma, fanno perfidamente notare i due studiosi, si tratta in genere di analisi basate sulle dichiarazioni degli stessi interessati. E poiché chi è praticante tende a dare una maggiore importanza alla dote della generosità, è possibile che i credenti intervistati tendano a presentare con maggiore enfasi le loro buone azioni, anche in buona fede, senza nessuna intenzione di ingannare il loro interlocutore. Il sospetto è avvallato da un esperimento classico, chiamato "del buon samaritano". Si tratta sostanzialmente di scegliere persone di diverse religioni e persone non credenti e di convocarle in un luogo. Sul tragitto verso l'appuntamento vengono fatte passare di fronte a un individuo molto male in arnese e bisognoso di aiuto, di fatto un complice dei ricercatori travestito. Ebbene a quanto pare non vi è nessuna relazione fra l'eventuale religiosità dei passanti e la loro propensione ad aiutare il derelitto. A fare la differenza è piuttosto il grado di fretta: più ai partecipanti è stato chiesto di correre all'appuntamento, meno saranno disposti al porgere aiuto, indipendentemente dal loro credo. Le cose cambiano radicalmente però quando la buona azione viene in qualche modo contestualizzata, e presentata come parte della vita religiosa. In questo caso l'azione permette di dare una immagine positiva di sé stessi, cosa che costituisce un incentivo fortissimo ad essere più buoni. D'altra ciò non stupisce: siamo una specie intrinsecamente ossessionata dal reciproco controllo sociale. C'è persino chi dice che proprio a questo scopo sia nata la nostra irrefrenabile tendenza a spettegolare: l'ininterrotto scambio di informazioni sugli altri individui ci dice di chi possiamo fidarci e da chi invece, probabilmente, è il caso di stare alla larga. L'importanza del dare una buona immagine di sé secondo i due ricercatori canadesi spiegherebbe anche un altro fatto importante: il successo delle religioni dove esiste un Dio etico e moralizzatore, che controlla le azioni dell'essere umano. In questo caso la spinta a comportarsi bene non è più limitata dalla necessità di dare una buona immagine di sé agli altri membri del gruppo, ma si estende anche alla vita privata, perché siamo sempre sottoposti al vigile occhio divino. E potrebbe non essere un caso che le società più grandi, quelle dove è necessaria una maggiore forma di collaborazione, siano proprio quelle dove si trovano questi tipo di religioni. Le quali hanno anche un altro vantaggio: generalmente, come dimostrano cristianesimo e Islam, favoriscono la stabilità di società stratificate, dove esistono considerevoli differenze sociali: caratteristica tipica dei grandi consorzi umani. La religione potrebbe essere stata dunque un tassello fondamentale per permetterci di sviluppare comunità enormi, molto più grandi di tribù di 150 individui: il massimo a cui secondo gli antropologi potremmo aspirare. Le religioni offrono anche altri vantaggi ai loro fedeli. Ad esempio è possibile che l'espansione dell'Islam in Africa abbia favorito il fiorire di commerci in larga scala all'interno della comunità musulmana, formata da individui fra i quali il comune credo rendeva più facile l'instaurarsi di rapporti di fiducia. I rapporti di fiducia alla fine sono un po' l'anima del commercio. Un analoga spinta potrebbe aver supportato i traffici medievali all'interno della comunità ebraica del nord Africa. Qui però si pone un po' il problema dell'uovo e della gallina perché non è chiaro se siano state le conversioni a favorire i commerci o la possibilità di entrare a far parte di una comunità fiorente a favorire le conversioni. E qui si affaccia anche il lato oscuro delle pratiche religiose, perché l'altruismo che esse favoriscono rischia spesso di essere rivolto solo o principalmente verso i nostri confratelli, promuovendo la creazione di blocchi in conflitto fra loro. Ma l'osservazione più interessante è forse quella che si trova in fondo alla studio dei due canadesi: secondo loro oggi il maggiore grado di cooperazione e altruismo forse si troverebbe proprio fra le società più secolarizzate, cioè in nord Europa e nord America. Perché ci sono voluti millenni, ma forse l'uomo sembra aver finalmente stabilito delle norme etiche che prescindono dal credo, ma che funzionano agendo sulle stesse leve emotive mosse dalle religioni. Che potrebbero perdere la loro necessità sociale per divenire puro fatto di fede e di esigenza spirituale.

 

 

 

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