Guardare l'universo con due strumenti e mettere
insieme i rispettivi dati non è una novità nella
storia dell'astronomia. Altra cosa è sincronizzare
più di 60 radiotelescopi lungo una distanza di 16
chilometri, oppure metterne in Internet 17 sparsi su tutto
il pianeta. E' questo il salto qualitativo che la ricerca
astrofisica sta compiendo in questi mesi: la messa in campo
di sistemi di osservazione che raggiungono definizioni di
immagine decisamente più avanzate di quelle praticate
finora. La tecnica del "mixing" si chiama
interferometria e, come si è detto, è
tecnica nota e praticata da tempo. Tuttavia ben altra cosa
è applicarla a configurazioni di questa dimensione.
Il primo sistema di cui parliamo nel servizio è quello
che l'ESO,
European Southern Observatory, sta mettendo in opera - siamo
nelle fasi finali - nel deserto cileno di Atacama, in una
zona pianeggiante che si trova, tuttavia, a più di
5000 metri di altezza, dove l'ossigeno è la metà
che al livello del mare. ALMA
è il nome del progetto: Atacama Large Millimeter/submillimeter
Array.
Nel pianoro desertico si stanno collocando 66 antenne - una
diqueste appare nell'immagine qui di fianco, nella quale vediamo
anche la nostra corrispondente Paola Rebusco - delle quali
54 saranno completamente mobili, trasportate da veicoli appositamente
progettati (vedi foto qui sopra). Le antenne dei radiotelescopi sono macchine da 100 tonnellate
l'una, in grado di lavorare con precisioni infinitesimali
nella sincronizzazione complessiva. La scelta di avere antenne
spostabili avrà grandi ricadute sulla potenza complessiva
dello strumento perché tale duttilità consentirà
di osservare in molte e differenti zone dell'universo.
Ascolta la prima parte del servizio in
cui Federico Pedrocchi e Paola Rebusco descrivono l'esperimento
ALMA
Tuttavia, in questo campo, l'ultima frontiera guarda all'approccio
complementare, cioè, anziché spostare i radiotelescopi,
far viaggiare i dati che questi raccolgono. Spostare macchine
da 100 tonnellate è infatti una procedura che pone
ovvi limiti se, come accade, gli astronomi hanno bisogno di
spingere la risoluzione di questi strumenti ancora oltre.
Questa, dunque, è la direzione scelta nell'esperimento
e-VLBI (Electronic Very Large Base Interferomentry),
che si è concluso il 16 gennaio 2009: una maratona
a cui hanno preso parte 17 telescopi sparsi in tutto il mondo
che hanno osservato per 33 ore consecutivamente, e contemporaneamente,
lo stesso fazzoletto di cielo.
Precisiamo subito che anche nel progetto in corso nell'Atacama
i segnali raccolti dai radiotelescopi devono infine convergere.
Ma mentre è relativamente agevole disporre un cavo
apposito lungo alcuni chilometri, tutt'altra cosa è
collegare in tempo reale radiotelescopi lontani centinaia
o migliaia di chilometri. Magari su continenti diversi; magari
con un oceano di mezzo.
In questo caso la soluzione è Internet.
La parabola del radiotelescopio IRA-INAF di
Medicina (BO)
che ha preso parte all'esperimento
Nel servizio potete ascoltare come è andata dalla
voce di Mauro Nanni, esperto in elaborazione dei dati elettronici
dell'Osservatorio Astronomico di Medicina (la struttura
italiana facente capo all'Università di Bologna che
ha preso parte all'esperimento). Nanni ci ha spiegato dove
risiedono le maggiori difficoltà del progetto, ma anche
perché non si sia andati prima verso questa soluzione.
I flussi di dati raccolti dagli astronomi, infatti, viaggiano
al ritmo dei Gigabit, molto più di quanto non fosse
in grado di offrire la rete fino a pochi anni fa, e comunque
non poco nemmeno oggi. E' qui che entra in scena il GARR,
il consorzio che sta realizzando una infrastruttura telematica
in fibra ottica ad altissima velocità che collega -
e collegherà sempre più capillarmente - tutti
i principali centri di ricerca italiani, e attraverso GÉANT2
(il suo omologo su scala europea) quelli sparsi nel resto
del mondo.
Ascolta la seconda parte del servizio in
cui Maurizio Melis intervista Mauro Nanni