A Qatna si scava ormai da dieci anni. Eppure solo una piccola
porzione dell'antico insediamento - risalente all'Età del
bronzo e divenuto una "metropoli" dell'Età del
ferro - è stata portata alla luce. Qatna è in Siria,
160 Km a Nord di Damasco, al confine con la zona arida che si
estende, ad Est, nell'interno di tutto il paese. Attualmente,
in corrispondeza dell'atica Qatna sorge Mishrife, ed è
lì che ha sede la missione archeologica congiunta tra Italia,
Germania e Siria. Per l'Italia c'è l'Università
di Udine.
L'odierna
Mishrife è di molto posteriore all'antica Qatna, la quale,
al termine di una parbola durata migliaia di anni, fu abbandonata;
e il sito rioccupato molti secoli dopo, quando ormai l'antica
Qatna era stata dimenticata.
andando alle origini, le prime evidenze di una attività
umana di tipo stanziale a Qatna risalgono al IX millennio a.C
(parliamo quindi di oltre 10.000 anni fa). Grazie alle analisi
microscopiche dei sedimenti carsici presenti nel suolo, gli Archoebotanici
hanno mostrato che per 6000 anni - quindi circa dal 9000 al 3000
a.C - il territorio fu oggetto di un'intensa attività di
disboscamento (in cui furono sacrificate prevalentemente querce).
Verso la fine di questo periodo, nel IV millennio
a.C., si ha il primo sviluppo urbano, e contestualmente la
nascita del lago antistante la città: quasi certamente
un invaso artificale necessario a fornire una comoda fonte di
prelievo sia per gli abitanti che per l'agricoltura.
Il cambio di passo nello sviluppo urbano si riflette anche nella
nuova economia. Le analisi dei pollini ritrovati nei sedimenti
del lago mostrano infatti la presenza di abbondanti coltivazioni
cerealicole e di una foresta rada di ginepro. Ma fiorisce anche
l'allevamento. Le analisi zooarchologiche indicano che venivano
allevati ovini, caprini e suini. Tracce di queste attività
si trovano lungo tutto il III e il II millenno a.C..
Vista dall'alto dei contrafforti di Qatna, alti 20 metri
E' uscito un bell'articolo su Le Scienze di Settembre,
sulla storia di Qatna. E' firmato da Daniele Morandi Bonaccossi
dell'Università di Udine, ricercatore in Storia
e Tutela dei beni Culturali e capo della missione italiana. Al
microfono ci ha raccontato la storia di questo antico centro dell'Età
del ferro e le cause ambientali che portarono al suo declino.
Ma ciò che emerge ulteriormente dall'intervista è
in che direzione si sta muovendo l'archeologia.
Il "Cacciatore di Tesori" a cui spesso con l'immaginazione
associamo la figura dell'archeologo; e l'archeologia stessa, intesa
come ricerca di antichi oggetti arcani o preziosi, sono categorie
che appartengono a loro volta al passato. Indiana Jones e le sue
peripezie contro il sinistro Abner Ravenwood, insomma, sono un
ottimo format per un film di avventura, ma nulla di più.
Una delle ragioni è che negli ultimi 20 anni hanno fatto
il loro ingresso in archeologia le cosiddette "scienze dure":
fisica, chimica, biologia, le cui capacità di indagine
hanno aperto nuove frontiere alla archeologia. E si è completata
una transizione culturale. Oggi l'archeologia non dimentica la
propria "mission" di recuperare i grandi patrimoni perduti
del passato, ma con lo stesso interesse guarda alla ricostruzione
delle condizioni di vita delle comunità umane, del loro
rapporto con l'ambiente e le risorse natuali; fino all'effetto
antropico, che si registra su scala globale - ormai è chiaro
- già a partire da un passato molto remoto.
Per questa ragione, sempre più spesso in futuro, l'archeologia
sarà in grado di portare nuovi elementi di riflessione
al dibattito generale sul rapporto tra uomo e ambiente.