Correva l'anno 1992 quando in Italia si prese una posizione forte
contro i pesticidi più tossici e pericolosi, in particolare
l'atrazina,
famosa negli anni '90 per aver inquinato le acque di molte falde
italiane. Fu infatti emanata un'ordinanza
del Ministero della Sanità che vietò l'uso di
questo erbicida in tutto il paese. Ma questa sostanza è
stata facilmente sostituita dalla terbutilazina, altrettanto
dannosa per l'ambiente.
L'uso dei pesticidi in agricoltura è ampiamente diffuso,
per questo la ricerca si muove per limitare le dannose conseguenze
per l'ambiente. E' stato pubblicato recentemente uno studio del
CNR che rivela la capacità di alcuni batteri di eliminare
dal suolo e dalle acque i residui velenosi prodotti dai fitofarmaci
o pesticidi che dir si voglia. Anna Barra Caracciolo, ricercatrice dell'Irsa,
l'Istituto di ricerca sulle acque del cnr di Roma, ha diretto
i lavori.
La ricerca
Uno studio dellIstituto di ricerca sulle acque del Cnr evidenzia
limportante funzione di alcuni microrganismi, in grado
di metabolizzare i prodotti tossici utilizzati in agricoltura
e risanare il suolo e le acque. Una risorsa naturale contro
i residui velenosi degli erbicidi.
Sono microscopici e difficili da identificare. Ma grazie ad uno
studio realizzato dallIstituto di ricerca sulle acque del
Consiglio nazionale delle ricerche di Roma (Irsa-Cnr), è
stato possibile individuare alcuni gruppi di batteri in grado
di eliminare dal suolo i residui velenosi dei pesticidi. In particolare
degli erbicidi triazinici, che sono tra i più utilizzati
in Italia e nel mondo per il controllo selettivo delle erbe infestanti
in diversi tipi di colture.
Queste sostanze però tendono a persistere nellambiente
ed il loro utilizzo in agricoltura costituisce uno dei principali
fattori di contaminazione del suolo e delle acque sotterranee,
destando preoccupazione per la salute delluomo e degli ecosistemi.
Grazie a questi microrganismi, i veleni possono essere
rimossi dallambiente. Le capacità omeostatiche degli
ecosistemi, infatti, sono legate alla presenza o meno di comunità
microbiche adattate, in grado di utilizzare i pesticidi come fonte
energetica. Un erbicida potrà essere definitivamente rimosso
dallambiente grazie a una o più specie batteriche
in grado di utilizzarlo come fonte di carbonio utile per la crescita.
Il Rhodococcus wratislaviensis, questo il nome del ceppo
batterico individuato sia nel suolo sia nelle acque sotterranee,
è risultato particolarmente interessante per le sue capacità
di degradare e di mineralizzare lerbicida terbutilazina
e composti simili (terbutilazina, simazina e metaboliti). "Si
tratta di uno dei primi lavori in cui si descrive un ceppo batterico
in grado di degradare i composti triazinici in un acquifero,
sottolinea Anna Barra Caracciolo, che sono tra quelli più
frequentemente riscontrati nelle acque a concentrazioni superiori
ai limiti di legge (0,1 mg L-1). Lidentificazione di tale
batterio in suoli ed acque può quindi essere un indicatore
utile per la valutazione del potenziale di attenuazione naturale
presente negli ecosistemi contaminati da questo erbicida. Inoltre,
ceppi batterici con tali capacità potrebbero essere utilizzati
per un eventuale bio-risanamento di siti contaminati.
Lo studio dei microrganismi, in particolare della componente
batterica, è stato per molto tempo limitato dallesiguità
delle tecniche per individuarne la presenza. I cosiddetti
metodi colturali indiretti, basati sulla crescita di batteri su
terreni preparati in laboratorio, hanno permesso lidentificazione
di circa 3.000 specie che rappresentano soltanto l1-10 %
circa di quelle esistenti. Le potenzialità di utilizzo
dei batteri in campo ambientale sono praticamente illimitate e
grazie a nuove tecniche molecolari basate sullidentificazione
del DNA batterico che codifica lacido ribonucleico ribosomiale
(rRNA 16S) è oggi possibile individuare, riconoscere e
classificare inequivocabilmente le comunità batteriche.
In particolare, la tecnica utilizzata dallIrsa-Cnr si basa sullidentificazione
dei batteri attraverso la cosiddetta tecnica di
ibridazione in situ con sonde molecolari fluorescenti.
Il principio si basa sullutilizzo di brevi sequenze
(oligonucletidi) di DNA batterico ribosomiale, altamente
specifico per il riconoscimento del gruppo di appartenenza,
che vengono legate ad un marcatore fluorescente. Il
campione da analizzare viene trattato in modo da permettere
alle sonde di entrare nelle cellule batteriche e di
ibridarsi con le corrispondenti sequenze di RNA ribosomiale,
se presenti. Se avviene libridizzazione allinterno
delle cellule batteriche, sarà visualizzabile
con un segnale luminoso al microscopio a fluorescenza,
indicando, inequivocabilmente, la presenza della specie
o del gruppo batterico cercato.