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L'importanza del permafrost


 
   
 

a cura di Chiara Albicocco e Federico Pedrocchi

115.000 sono stati i litri di acqua salvati l'anno scorso grazie ad una coperta geotessile distesa sul ghiacciaio Dosdè sulle Alpi Lombarde (vai all'articolo).
Quest'anno la collaborazione fra ricerca e una nota marca di acqua minerale, Levissima, continua sul ghiaccio nascosto, il cosiddetto permafrost.
Ci racconta l'importanza di questo progetto su scala mondiale il professor Claudio Smiraglia, docente di geografia fisica e glaciologia all'Università degli Studi di Milano.

Ascolta l'intervista al prof. Smiraglia

Scarica il file audio in mp3

Cos'è il permafrost?
Il permafrost, definito come terreno o roccia perennemente gelati, quindi con temperatura inferiore a 0°, rappresenta un elemento di grande interesse della criosfera, cioè l'insieme dei ghiacci presenti sulla terra, ed è inserito dalla World Meteorological Organization (WMO) tra gli indicatori climatici fondamentali degli impatti del Riscaldamento Globale (Global Warming). Infatti, l'estensione superficiale del permafrost e il suo spessore variano in funzione delle condizioni climatiche e, proprio per questo motivo, la sua formazione, la sua consistenza e le sue variazioni rappresentano un importante campo di indagine per la comunità scientifica, impegnata nello studio dell'impatto del riscaldamento climatico sull'ambiente.

La ricerca
Il monitoraggio del permafrost montano ed in particolare alpino, rappresenta un utile ed efficace strumento di indagine per valutare intensità ed effetti del riscaldamento globale (Global Warming). Il permafrost è presente in grandi quantità alle elevate latitudini, in Alaska o Siberia per esempio, e sembra sottoposto ad accelerata fusione negli ultimi anni a seguito proprio del riscaldamento climatico in atto. Anche sulle Alpi la sua presenza è nota, però sono meno conosciute la sua distribuzione, le sue variazioni recenti di spessore ed estensione in relazione ai cambiamenti climatici nonché il suo contributo come riserva idrica. Quando fonde, infatti, anche il permafrost rilascia acqua ma non è ancora noto sulle Alpi quanto sia importante questo contributo per l'idrologia dei nostri bacini montani. L'analisi dei dati che verranno rilevati attraverso l'innovativa sperimentazione messa in atto in collaborazione con Levissima contribuirà notevolmente alla conoscenza del permafrost alpino italiano e fornirà alla comunità scientifica nazionale, ma anche internazionale, informazioni estremamente preziose e utili per approfondire la conoscenza delle montagne e delle loro preziose acque.
Per questo nuovo step del progetto di ricerca è stato costruito un team di esperti e tecnici del settore ad hoc: le competenze dei ricercatori dell'Università degli Studi di Milano - Facoltà di Scienze della Terra - guidati dal Prof. Claudio Smiraglia e dalla Dott.ssa Guglielmina Diolaiuti sono state ampliate attraverso una fattiva collaborazione con il Prof. Mauro Guglielmin dell'Università dell'Insubria, il maggior esperto italiano di permafrost, coinvolto nella fase di analisi dei dati.
Il team di ricercatori dell'Università di Milano, affiancati da quattro guide alpine dell'associazione "Alta Valtellina", all'inizio di agosto ha raggiunto la vetta più elevata del Gruppo Piazzi-Dosdè in alta Valtellina, Cima Piazzi (3.430 metri), per dare il via al progetto di ricerca. Il Gruppo Piazzi-Dosdè è situato in un'area di grande valenza naturalistica ed ambientale - "la Val Viola Bormina" - e oggi può essere considerato un vero e proprio "laboratorio a cielo aperto" per lo studio e le ricerche sulla criosfera.
Qui, sui versanti settentrionale e meridionale della vetta rocciosa di Cima Piazzi, sono avvenute le operazioni di posizionamento dei termometri per lo studio del permafrost: sono stati inseriti nella roccia a diversa profondità otto piccoli sensori termici - quattro localizzati sulla parete sud e quattro sulla parete nord. I termometri sono stati localizzati nella roccia dalla superficie sino ad una profondità di circa mezzo metro (più precisamente 0.5 cm, 30 cm, 10 cm, 50 cm) per misurarne con continuità la temperatura. Gli otto sensori sono collegati tramite appositi cavi ad una centralina - data logger - che memorizza periodicamente i dati raccolti. In questo modo, ogni ora vengono registrati i valori termici medi, minimi e massimi rilevati nello stesso istante da ciascun termometro. Per tutto il resto del 2010 e per il 2011, i sensori termici rileveranno e registreranno così i dati di temperatura alle diverse profondità nella roccia della vetta di Cima de Piazzi.
In poco più di 15 giorni dall'inizio della sperimentazione è emersa un'elevata correlazione tra i valori termici della roccia alle diverse profondità, la profondità e l'esposizione solare. I sensori posizionati sul versante nord hanno evidenziato che le variazioni termiche tra superficie (0.5 cm) e 50 cm di profondità sono di 2.5 °C; diversamente i sensori localizzati a sud hanno mostrato che la differenza di temperatura della roccia tra superficie e strati profondi supera spesso i 9°C. Questo evidenzia che le rocce esposte a meridione sono soggette a più intense variazioni di temperatura, con conseguenze importanti sulla loro degradazione fisica. I dati raccolti durante tutto il periodo di studio, oltre a identificare la presenza del permafrost nell'area di indagine potranno anche indicare se, come sta avvenendo per i ghiacciai, vi sia in corso una degradazione superficiale del permafrost che potrebbe portare ad una maggiore instabilità dell'alta montagna. Come per gli esperimenti svolti in precedenza, anche in questo caso la sperimentazione è avvenuta a "impatto zero" sul territorio. L'installazione dei sensori è avvenuta senza l'ausilio di elicotteri o mezzi meccanici per il trasporto del materiale così sarà anche per le prossime spedizioni di verifica e controllo che verranno svolte regolarmente durante tutto il periodo di studio.

10.12.10

 

 

 

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