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a cura di Maurizio Melis
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il servizio
Pancho Martìn, emigrato ancora quindicenne dalla Catalogna
a Cuba per schivare il servizio militare, è uno quei personaggi
a cui solo una dose fuori dal comune di scaltrezza e opportunismo
hanno consentito di insinuarsi con un filo nella trama della storia.
Giunto all'Avana nel 1813, iniziò come traghettatore,
e dopo aver fatto una piccola fortuna pensò bene di investirla
in una fiorente attività di contrabbando. Quando le cose
si misero male, si intrufolò temerariamente nel palazzo
del governatore Taçon e gli offrì, in cambio dell'immunità,
tutte le informazioni possibili sui colleghi contrabbandieri,
rivelando pratiche e nascondigli. Poi barattò la taglia
che pendeva sulla sua stessa testa - e che secondo gli accordi
gli toccava - con il monopolio della pesca e in alcuni anni diventò
l'uomo più ricco della colonia, oltre che uno dei più
influenti. E' a questo punto che, di solito, personaggi dal passato
torbido sentono un improvviso bisogno di mostrare munificenza
e gratitudine, e una irresistibile - quanto improbabile - attrazione
per la cultura. Pancho Martìn non fece eccezione.
Concepì l'idea di un nuovo teatro che avrebbe dovuto essere
il più importante della colonia e che intitolò al
suo amico Governatore: il teatro Taçon. Divenuto fanatico
del suo stesso progetto, fece di tutto per dotarlo dei migliori
specialisti. E' così che si spiega la presenza all'Avana,
fin dal 1835, di Antonio Meucci, già tecnico teatrale a
Firenze, anche lui con qualche problema di giustizia in patria,
sebbene per più nobili ragioni.
Meucci rimase al Taçon per quindici anni, costruendo marchingegni
teatrali d'ogni sorta e migliorandone l'acustica scavando sotto
al palco una grande cassa di risonanza. Mise però su anche
uno dei primi laboratori di galvanoplastica del continente americano,
sempre nei locali del teatro. Ma soprattutto, nel 1849, mentre
effettuava un esperimento di elettroterapia a un paziente affetto
da "reumatismi alla testa" (cosa siano, non è
chiaro) scoprì per caso la trasmissione elettrica della
voce. Al malcapitato fu chiesto di tenere in bocca una linguetta
metallica avvolta in un pezzo di sughero isolante e collegata
con un filo elettrico. All'attivazione del marchingegno il poveretto
si beccò una scossa e urlò una lista di improperi.
Meucci, che si trovava due stanze più in là e teneva
in mano un analogo pezzo di sughero posto all'altro capo del filo,
udì le imprecazioni uscire dal sughero, capì al
volo cos'era successo e si precipitò ad abbracciare lo
sventurato paziente. Ebbe anche la faccia tosta di chiedergli
di ripetere l'esperimento, ma solo dopo aver posizionato un cono
di cartone intorno al sughero, in cui il malcapitato avrebbe potuto
parlare normalmente senza rischiare di rimanere folgorato, e che
ne concentrava la voce. Meucci, dall'altra parte, ascoltava con
l'orecchio infilato in un cono di cartone del tutto simile: ricevette
poco più di un mormorio, ma tanto bastò perché
si convincesse che avrebbe funzionato. Per i dieci anni successivi
si sarebbe dedicato al perfezionamento del "telegrafo parlante",
noto ai posteri come telefono.
Meucci però non riuscì mai a sfruttare la sua scoperta,
ciò che invece riuscì a Graham Bell, con cui ebbe
una infinità di contese legali. E' una pagina storica nota.
Meucci se la cavò in altro modo, mettendo su una nuova
impresa che produceva candele in America, dove si era trasferito
a partire dal 1850. Tra i suoi dipendenti ebbe anche Garibaldi.
Dell'unica vittima dell'invenzione, il tizio coi reumatismi alla
testa e la lingua folgorata, non si è saputo più
nulla.
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