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I servizi e le interviste
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Nel nome di Mami Wata,
sirena del vodu


 
   
 

a cura di Chiara Albicocco

Si è appena conclusa a Milano la mostra “Nel nome di Mami Wata, ‘sirena’ del vodu”, in occasione del Festival del Cinema africano, d’Asia e America Latina. Dietro la figura eclettica e caleidoscopica di Mami Wata si celano storie affascinanti, leggende, erotismo e paure. Chi è veramente Mami Wata? Esploriamo le sale della mostra insieme alle curatrici Alessandra Brivio e Simona Cella.

Ascolta il servizio

Scarica il file audio in mp3

La storia
Lungo la costa dell’Africa che si affaccia sul Golfo di Guinea, tra Togo, Bénin e Ghana, Mami Wata è considerata un vodu che vive nelle acque dell’oceano. E’ la “sirena”. Ma Mami Wata, è nomade e la si può trovare in molti altri paesi africani, nei Carabi, in Brasile e anche in Europa. Molte sono le sue identità e notevole la sua capacità di metamorfosi e adattamento: regina delle acque, dea della fertilità, avida accumulatrice di denaro, vanitosa e dispettosa despota nei confronti dei suoi adepti, sirena, incantatrice di serpenti, donna e uomo, ammaliatrice, prostituta e amante gelosa. Mami Wata è “moderna”, straniera rispetto ai luoghi che la ospitano, viaggiatrice ed esotica, promessa di una felicità ineffabile ma sempre più seducente.
Mami Wata incorpora le ambiguità dell’essere umano e della società contemporanea, promessa di ricchezza e minaccia di morte. Secondo i suoi adepti, vive in una bellissima e futuribile città situata nel fondo del mare, ma accettare il suo invito ad abitare la città invisibile, significa accettare di abbandonare la propria vita, la materia della propria esistenza e venire trascinati per sempre nei neri abissi dell’oceano. Firmare un patto con lei può assicurare il successo e la ricchezza ma il prezzo da pagare può essere molto elevato.
In ogni contesto locale Mami Wata assume significati differenti, soprattutto quando si integra nei sistemi e nelle pratiche religiose. Nella bassa Guinea, la cultura materiale che circonda il culto di Mami Wata è ricca e opulenta. Gli altari, gli affreschi, le decorazioni del corpo, gli abiti e le collane incorporano l’auspicata ricchezza e la necessaria bellezza, propria alla divinità. Le mamissi (adepte di Mami Wata) periodicamente portano al mare le loro collane perché, bagnate nell’acqua, possano purificarsi e caricarsi spiritualmente. Il mare diventa quindi, in queste pratiche rituali, sorgente di potere rigenerante, di prosperità, di ricchezza e di benessere. Ma le immagini di morte che il mare
evoca restano sempre latenti, pronte a riemergere, come sanno le adepte che, in trance, si buttano nelle onde, catturate dalla divinità che cerca di trascinarle con sé in fondo al mare.
L’area culturale di riferimento è quella dei Guin-Mina del Togo e del Bénin; da lì provengono gli oggetti di culto e gli ornamenti di decoro corporale, in particolare le collane che gli adepti indossano in occasione delle cerimonie. Manifesti del cinema africano contemporaneo accostati ad un ampio assembramento di manichini, come in una “installazione”, introducono il visitatore all’immaginario vodu. A corredo del tutto una selezione di film etnografici.
L’iniziativa è stata promossa dal Centro Studi Archeologia Africana di Milano e dal Festival del Cinema africano, d’Asia e America Latina, in collaborazione con il Museo degli Sguardi - Raccolte etnografiche di Rimini, con Open Care e con la Nuova Accademia di Belle Arti.

06.04.11

 

 

 

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