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a cura di Maurizio Melis
Ascolta
l'intervista a Andrea Moro
Da "I viaggi di Gulliver":
Passammo successivamente alla scuola di lingue, dove
alcuni dotti erano riuniti in consulto per migliorare quella
del loro paese. Il primo progetto consisteva nel ridurre
tutte le parole polisillabiche a monosillabi, cancellando
verbi e participi dal lessico, visto che tutte le cose immaginabili
non sono che nomi.
L'altro era un progetto schematico per abolire completamente
le parole. [
] Si proponeva dunque questo espediente
per cui, se le parole altro non sono che nomi per le cose,
sarebbe stato molto più conveniente che gli uomini
si fossero portati appresso quelle cose di cui intendevano
parlare per qualsiasi faccenda. Questa invenzione [
]
presenta solo questo inconveniente per cui, se un uomo ha
da discutere di faccende complicate, è costretto
a portarsi sulle spalle un sacco di cose, a meno che possa
permettersi il lusso di farsi aiutare da servitori stracarichi.
Nel suo romanzo satirico, pubblicato nel 1726 e considerato
un classico per bambini, l'autore Jonatan Swift fa una feroce
critica della società settecentesca, attaccando di
volta in volta il sistema giudiziario, i meccanismi del
potere e la politica guerrafondaia. E anche alcune convinzioni
dell'epoca, come il fatto che le lingue fossero pure convenzioni
in cui ogni parola è soltanto un suono associato
a un oggetto.
L'esperimento dei Balnibarbi (tale è il nome del
popolo a cui appartengono i saggi di Gulliver) è
manifestamente sciocco, ma solleva immediatamente una domanda,
come è possibile in tal modo esprimere un semplice
concetto come "non è una mela"? Ci
sono la mela e la pera, ma la "non mela" non c'è,
non è un oggetto. L'essere esiste ma il non essere
no, e non può perciò essere mostrato. Eppure
la negazione, ovvero l'affermazione negativa, è un
elemento basilare presente in ogni linguaggio.
Oggi possiamo dirlo con certezza: le lingue sono ben
altro che una semplice associazione tra suoni e oggetti,
e la loro struttura è radicata dentro la fisiologia
del cervello. E' l'idea della grammatica universale, ovvero
l'esistenza di una struttura universale innata alla base
del linguaggio, teorizzata e sviluppata da Noam Chomsly
per spiegare il rapido apprendimento da zero delle lingue
da parte dei bambini. Un importante dato a sostegno di questa
tesi è emerso pochi anni fa, da uno studio di
Andrea Moro, linguista e docente dell'Università
Vita Salute di Pavia. Moebius lo ha incontrato di recente
a Genova.
Moro ha avuto l'idea di misurare l'attività encefalica
di soggetti a cui erano state insegnate, a loro insaputa,
lingue "impossibili", lingue cioè contenenti
regole che non compaiono in alcuna grammatica conosciuta,
e ne è venuta fuori una scoperta sorprendente. Quando
il soggetto elabora una regola grammatica impossibile, attiva
aree del cervello diverse dai centri corticali del linguaggio,
non riconosce cioè tali regole come linguistiche,
e le smista ad altre regioni del cervello.
Questa
analisi è stata possibile grazie all'uso di tecniche
come la Risonanza Magnetica Funzionale, che consente di
visualizzare l'attivazione delle aree della corteccia cerebrale
in tempo reale e in modo del tutto non invasivo. L'immagine
di fianco è un esempio di questa applicazione.
Si deve tenere conto che per regole impossibili, non si
intendono regole necessariamente complesse o assurde. Anzi,
se ne possono immaginare anche molto semplici e ragionevoli,
come l'inversione dell'ordine delle parole, che tuttavia
nei linguaggi naturali non compaiono mai. Il soggetto impara
ad applicare queste regole, ma mai a manipolarle come farebbe
con una lingua.
Nell'intervista, Andrea Moro ci spiega il ruolo della
negazione e come si è svolto l'esperimento delle
lingue impossibili.
Forse, ciò che stiamo per scoprire, è che
del linguaggio non avevamo capito nulla
Ascolta
l'intervista a Andrea Moro
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