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Cambiamenti climatici:
come reagiranno le coltivazioni?


 
   
 

a cura di Barbara Gallavotti

Sono passati quattro anni dalla firma del protocollo di Kyoto, l'anniversario per l'esattezza è stato il 16 febbraio. All'epoca ci si diede appuntamento dopo 5 anni, e infatti a dicembre si terrà a Copenaghen la conferenza del post Kyoto, nella quale si rifarà il punto della salute del nostro pianeta e si porranno i nuovi obiettivi. Ora, ci sono molti motivi per non essere soddisfatti di ciò che si è fatto in questi quattro anni per mantenere le promesse di Kyoto, probabilmente, anzi sicuramente non si è fatto abbastanza. Dal punto di vista scientifico però dei cambiamenti ci sono stati e oggi sappiamo molte cose in più sull'impatto che i cambiamenti climatici possono avere sulla vita di tutti noi. In particolare si è dato il via a diverse ricerche riguardo agli effetti dei cambiamenti climatici sull'agricoltura, quindi sul cibo di cui abbiamo bisogno.
Ne parliamo con Andy Jarvis, un giovane ricercatore colombiano. Ha 31 anni ed ha cominciato lavorando come geografo, studiava la distribuzione delle diverse specie vegetali nel globo. Attualmente conduce uno studio su come le coltivazioni reagiranno ai cambiamenti climatici, e lo fa in collaborazione con Bioversity International, che è un centro di ricerca internazionale sulla biodiversità agraria, e con il centro internazionale per l'agricoltura ai tropici. In particolare si sta focalizzando sulle specie che sono le parenti selvatiche di quelle coltivate.

Ascolta l'intervista a A. Jarvis

Scarica il file audio in mp3

Sbobinatura dell'intervista

D: Jarvis, perché proprio su di loro? perché sono così importanti?

R: La domesticazione delle specie selvatiche parenti di ciò che coltiviamo nei campi è alla base stessa della nostra agricoltura e oggi le specie selvatiche stanno divenendo sempre più importanti perché le biotecnologie hanno bisogno di loro come fonte di geni con cui migliorare le coltivazioni esistenti. E ci sono molti esempi di come le specie selvatiche siano state utili per aumentare la resistenza ai parassiti o alle malattie nelle specie coltivate. Pensiamo che il loro ruolo in questo secolo sarà sempre più rilevante.

D: Si dice che le specie selvatiche parenti delle nostre coltivazioni siano particolarmente vulnerabili ai cambiamenti climatici: cosa possiamo fare per conservarle?

R: Noi ci siamo concentrati sulle alcune parenti selvatiche delle specie molto coltivate nel mondo. Queste specie, come altri tipi di biodiversità, vivono libere nell'ambiente e sono esposte agli agenti naturali, quindi se il clima cambia ovviamente sono a rischio di venir colpite in vari modi. Ad esempio il 10% delle specie di patate selvatiche che ci sono nelle Ande, in Sud America, sono minacciate di estinzione e abbiamo trovato percentuali simili in altre specie selvatiche parenti di specie coltivate. Una opzione per cercare di arginare il problema è raccogliere i semi e conservarli in apposite banche di geni o in banche dei semi. Secondo i nostri modelli si tratta di una misura di conservazione molto importante, perché a lungo termine prevediamo che molte specie cruciali per l'alimentazione saranno minacciate nel loro ambiente naturale.

D: In generale, il problema di adattare l'agricoltura ai cambiamenti climatici è qualcosa che riguarda molte persone diverse, non solo scienziati ma anche, e forse soprattutto, i coltivatori. Come possono coltivatori e scienziati collaborare per trovare insieme le soluzioni migliori?

R: Naturalmente nei millenni passati sono stati gli agricoltori e non gli scienziati ad addomesticare le specie e a farci arrivare alla diversità che abbiamo oggi. Gli agricoltori hanno moltissime conoscenze, e questa conoscenza indigena, locale, è molto importante se si vogliono esplorare possibili modi per adattare l'agricoltura ai cambiamenti climatici. Penso che ci sia posto per una collaborazione importante tra i ricercatori e gli agricoltori, in particolare i ricercatori possono essere d'aiuto con le loro analisi e influenzando i governi in modo da convincerli ad adottare politiche agricole che aiutino gli agricoltori ad adattarsi ai cambiamenti climatici.

D: Stando alla vostra ricerca, può dirci se ci sono coltivazioni che avranno un vantaggio dai cambiamenti climatici che sono previsti, come temperature più elevate e tempo più instabile, e quali coltivazioni andranno invece incontro a tempi difficili o addirittura scompariranno?

R: Si sentono raramente storie confortanti sui cambiamenti climatici. In genere la stampa e gli scienziati ne danno un'immagine assolutamente negativa. Un fatto interessante che è apparso nei nostri studi è che tra le colture ci sarà chi vince e chi perde e ce ne saranno alcune che saranno addirittura favorite dal cambiamento. Un buon esempio è dato dal granturco e dalla cassàva in Africa: nel caso del granturco abbiamo riscontrato che ci sono altissime probabilità di significative riduzioni di resa dei raccolti in Africa meridionale, mentre nel caso della cassava, che è un alimento alternativo al granturco, ci troveremo con un aumento del territorio potenzialmente adatto alla sua coltivazione. Dunque una possibilità potrebbe essere quella di passare da una coltura all'altra. Naturalmente questo non è facile come potrebbe sembrare, perché esistono intere culture costruite attorno al granturco come alimento; sarebbe un po' come chiedere agli Italiani di cominciare a mangiare riso al posto della pasta. Ma prima o poi questi cambiamenti andranno fatti, ed quella di usare la cassava come alternativa è una opportunità.

D: In effetti, venendo ad alimenti a cui siamo più abituati, cosa capiterà ad esempio alle fragole, o alle mele?

R: Il nostro modello di previsione mostra che a livello globale le fragole soffriranno del fatto che hanno una adattabilità molto limitata e quindi vedranno molto ridotto il terreno a loro disposizione. Stessa cosa nel caso delle mele: anch'esse vedranno una riduzione significativa delle zone adatte alla loro coltivazione. Ma per altre colture, magari meno appetibili per i gusti dei consumatori italiani, come ad esempio il miglio, ci sarà un incremento notevole. Quello che abbiamo riscontrato è che globalmente ci saranno colture che vinceranno e altre che perderanno molto.

D: Naturalmente le vostre conclusioni sull'impatto dei cambiamenti climatici sulle coltivazioni e sulle specie selvatiche con cui sono imparentate sono basate su modelli e su raccolte di dati; può dirci come funzionano questi modelli?

R: Beh in realtà si tratta di un modello che a sua volta si basa su un altro modello. Nel nostro caso il modello di base è derivato da quello sviluppato dai supercomputer che calcolano i futuri modelli climatici globali. Loro predicono quello che succederà in termini di cambiamento climatico e noi creiamo un modello che ci dice in che modo questo avrà effetto sulla disponibilità di alcune colture a crescere in determinate zone climatiche. Nel fare tutto ciò abbiamo spesso anche l'incertezza di non sapere quello che i governi decideranno di fare per far fronte ai cambiamenti climatici. In ogni caso in questo tipo di analisi si fanno enormi progressi e ogni giorno aumenta la nostra capacità di previsione, e facciamo passi avanti nel mettere a punto una fotografia sempre migliore di quello che sarà in futuro.

D: Se voi poteste dare dei consigli ai governi, quali misure suggerireste come le più urgenti misure da prendere riguardo all'effetto dei cambiamenti climatici sulle coltivazioni?

R: Le previsioni per il futuro dell'agricoltura da qui a cento anni sono piuttosto nefaste. Credo che un'azione immediata possa essere semplicemente quella di ridurre le emissioni di gas serra. Questo è sicuramente il favore più grande che si può fare all'agricoltura nel lungo periodo. Nel breve periodo, nei prossimi dieci anni, la vulnerabilità di alcune zone ai cambiamenti climatici esiste e l'Africa, in particolare l'Africa del Sud, ne sono un esempio. In questi casi bisognerebbe indagare e conoscere i punti vulnerabili, e i governi, da quelli locali ai forum internazionali, dovrebbero sviluppare politiche che aiutino gli agricoltori ad adattarsi ai cambiamenti climatici e a continuare a trarre il loro reddito ed il loro benessere dall'agricoltura.

D: Grazie ad Andy Jarvis e buonasera

R: Grazie a voi

 

 

 

 

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