Grande come un campo da tennis. Alto come un frigorifero.
Un peso di 100 tonnellate e un consumo di 20 kilowattora.
Era tra i primi computer al mondo. Per scoprire la sua
storia siamo tornati indietro nel tempo di 50 anni,
con una sigla: CEP, calcolatrice elettronica pisana. La prima calcolatrice elettronica a valvole, il primo
computer della storia italiana, è nata a Pisa
grazie al lavoro di giovani fisici ed elettronici reclutati
da un cinese venuto dall'America che si chiamava Mario
Tchou.
Figlio di un diplomatico ed ex ambasciatore della Cina
imperiale presso il Vaticano, Mario Tchou si è
laureato al politecnico di Brooklyn e a 28 anni era
già docente alla Columbia University di New York.
Lo ha riportato in Italia Adriano Olivetti e gli ha
dato l'incarico di formare un gruppo di lavoro capace
di progettare e costruire un calcolatore elettronico
tutto italiano.
L'Olivetti, allora leader nel campo delle macchine da
ufficio basate sulla meccanica, aveva la necessità
di avviare un'iniziativa strategica per entrare nel
settore, ancora pionieristico, dei calcolatori elettronici.
Il lavoro di Tchou ha portato alla realizzazione della
CEP e, poco tempo dopo, alla costruzione dell'ELEA.
Presentato alla Fiera di Milano del 1959, era il più
grande computer dell'epoca.
Tchou ha raccolto i migliori cervelli italiani. Tutti
giovani: "perché le cose nuove si fanno
solo con i giovani. Solo i giovani ci si buttano dentro
con entusiasmo, e collaborano in armonia senza personalismi
e senza gli ostacoli derivanti da una mentalità
consuetudinaria". E proprio uno di quei ragazzi,
Renato Betti, oggi docente del Politecnico di Milano,
è stato in trasmissione con noi per raccontarci
quella storia.
Adriano Olivetti ha intuito che l'ingegno che animava
il nostro Paese alla fine degli anni Cinquanta, poteva
rendere l'Italia capace di competere ai massimi livelli
sul piano scientifico e tecnologico. Natalia Levi Ginzburg,
in Lessico famigliare, scrive di Olivetti:
"Era timido e silenzioso, ma quando parlava, parlava
allora a lungo e a voce bassissima, e diceva cose confuse
ed oscure, fissando il vuoto con i piccoli occhi celesti,
che erano insieme freddi e sognanti".
Il settore meccanico e quello elettronico sono rimasti
divisi, come le rispettive sedi, a Ivrea e a Borgolombardo.
Forse, col tempo, sarebbe potuta andare diversamente.
Ma il destino ha preceduto la perseveranza: Adriano
è scomparso improvvisamente nel 1960, seguito
l'anno successivo da Mario Tchou, morto a 37 anni in
un incidente stradale.
Ma ancora oggi in provincia di Arezzo resiste un esemplare
funzionante di quei primi calcolatori. Si tratta di
un ELEA 9003/02. È conservato presso l'ISIS
Enrico Fermi di Bibbiena.
Qui abbiamo incontrato Stefano del Furia, docente
di informatica e custode di questo gigantesco computer.
L'Olivetti ELEA 9003 non è stato soltanto il
primo calcolatore elettronico italiano, ma anche uno
dei primissimi al mondo costruito interamente a transistor.
Consentiva prestazioni (velocità e affidabilità)
assai maggiori e dimensioni molto più contenute
rispetto ai precedenti sistemi a valvole.
Oltre alla completa transistorizzazione, presentava
soluzioni d'avanguardia anche dal punto di vista logico
e funzionale, come la possibilità di operare
in multiprogrammazione (fino a 3 processi in parallelo),
il concetto di "interrupt" e la capacità
di gestire un'ampia gamma di unità periferiche.
Capace di elaborare 100.000 informazioni al secondo,
con una memoria a nuclei di ferrite espandibile da 20
a 160 KB, l'ELEA 9003 gestiva fino a 20 unità
a nastro magnetico, per una capacità complessiva
di oltre 500 MB.