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Ascolta
l'intervista a Roberto Fumero
di Maurizio Melis
Cuore artificiale: è quasi un ossimoro; quasi una provocazione
l'idea di sostituire con una macchina l'organo il cui battito
è sinonimo di vita. Eppure nel panorama delle profezie
mediche, molte delle quali ispirate da una insana fame massmediatica
e miracolistica, quella del cuore artificiale appare tra le
più concrete.
Un po' di storia
12 Marzo 2007: il CNR annuncia che è
stato impiantato a un paziente tedesco il primo cuore artificiale
- in realtà si tratta di un "assistente ventricolare"
- di concezione e produzione italiana: si tratta di BestBeat.
Il secondo trapianto segue pochi mesi dopo.

BestBeat - il primo cuore
artificiale realizzato dall'italiana NewCorTech
Procedendo all'indietro troviamo che il primo caso di trapianto
di uno di questi dispositivi in un uomo - due tubi che uscivano
dal torace del malcapitato, collegati a un marchingegno
grande come un armadio - risale al '68, a pochi mesi dal
primo trapianto di cuore da donazione d'organo: "non
a caso", spiega il Prof. Roberto Fumero del Politecnico
di Milano nell'intervista.
Per la verità in quegli anni non era affatto chiaro
se la tecnica del trapianto si sarebbe mossa in direzione
del cuore artificiale o della donazione d'organo da un defunto,
e nessuna delle due prospettive doveva apparire allettante
all'opinione pubblica.
Prevalse la seconda opzione, come sappiamo. Ma l'affermazione
della tecnica antagonista non ha impedito che la ricerca
sul cuore artificiale, pur con un forte rallentamento, procedesse.
Oggi l'ipotesi tra riprendendo quota: troppi i cuori mancanti
ma anche troppo "vecchi" quelli che ci sono. L'allungamento
della vita media infatti, reso possibile proprio dalla medicina,
fa sì che gli organi diventino disponibili troppo
tardi, quando ormai non sono più in grado di sopportare
un trapianto. Inoltre il cuore artificiale non è,
per sua natura, suscettibile di rigetto, e consente perciò
di evitare i pesanti trattamenti farmacologici, che durano
a vita, volti ad evitarlo; e se impiantato senza rimuovere
l'originale, può essere usato come sostituto temporaneo,
nell'attesa che l'orogicnale guarisca. Insomma, alla
lunga il cuore artificiale potrebbe rivelarsi l'opzione
migliore.
Alla lunga dicevamo, perché un cuore artificiale
definitivo, cioè in grado di sostituire per un periodo
di tempo indeterminanto l'organo originale e autonomo sul
piano energetico, è un traguardo ancora da tagliare.
Ma siamo allo sprint finale.
In questo speciale abbiamo voluto fotografare lo stato
dell'arte, le sfide che rimangono da affrontare e le direzioni
di ricerca più promettenti.
Una
questione di definizioni
Prima di tutto bisogna mettersi d'accordo su cosa intendiamo
con l'espressione "cuore artificiale". E' ovvio
che debba essere in grado di pompare il sangue in tutto
il corpo. E di cos'altro? Di far sì che il trapiantato
possa vivere dimenticandosi di averlo nel petto - potrebbe
essere una sintesi efficace dell'obbiettivo.
Se questa è la definizione che accettiamo allora
nessun dispositivo in commercio o in corso di sperimentazione
sull'uomo ha queste caratteristiche.
Si
va dalla sola pompa, impiantata bypassando il cuore ma senza
rimuoverlo e azionata da un compressore esterno, con un
cavo che esce dall'addome del paziente dove si trova un
alimentatore che la fa funzionare; fino ai modelli più
avanzati, in cui si accosta periodicamente alla pelle un
caricatore che trasmette onde elettromagnetiche a un'antenna
ipodermica, la quale le riceve e le converte in energia
con cui ricarica un cuore artificiale totalmente autonomo,
almeno fino alla ricarica successiva. Ma ogni due anni bisogna
riaprire il paziente per cambiare la pila interna.
I primi vanno sotto il nome di cuori parziali o assistenti
ventricolari, e servono esclusvamente a mantenere in vita
il paziente in attesa di un trapianto, o nella speranza
- piuttosto concreta - che il cuore riesca ad approfittare
del periodo di riposo per recuperare; i secondi, cuori artificiali
totali, sono invece orientati verso una logica di impianto
definitivo.
Il cuore ha bisgono
di energia
Cruciale, in ogni caso, è il rifornimento energetico:
servirebbe una pila che funzioni ininterrottamente giorno
e notte. Solo qualche watt, ma per trentanni. E allora ci
si potrebbe dimenticare di averlo in corpo.
Ma nessuna batteria può immagnazzinare in un volume
sufficientemente piccolo abbastanza energia per una vita
di battiti cardiaci, né sopportare un numero troppo
alto di ricariche prima di essere sostituita. Anche se,
va detto, si sta puntando con buone speranze proprio a eliminare
l'effetto memoria delle batterie, rendendole ricaricabili
un numero indefinito di volte.
L'unica souzione attualmente nota per potersi liberare
definitivamente anche dell'incombenza della ricarica, sarebbe
ricorrere al nucleare. Una pastiglia di plutonio di pochi
grammi potrebbe fornire abbastanza energia per un tempo
sufficiente. Una microturbina convertirebbe il calore del
decadimento radioattivo in energia meccanica. Tecnicamente
è una soluzione praticabile, ma motivi di covenienza
politica la escludono.
Staminali: è
questo il futuro?
Guardando al futuro lontano emerge una parola ricorrente,
forse persino abusata: staminali. A partire da queste cellule
fabbrica si ipotizza di ricostruire i tessuti cardiaci originali,
per poi procedere al trapianto di un cuore biologico artificiale.
Un'impresa non priva di spigolature e che, spiega nell'intervista
Fumero, difficilmente vedremo realizzata nel corso dei prossimi
decenni.
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