La storia della scienza ha attraversato anche momenti
bui. Uno di questi è certamente la parentesi
del razzismo scientifico (o determinismo biologico,
o darwinismo sociale che dir si voglia), che raggiunse
il massimo fulgore in età vittoriana, un'epoca
che ci insegna come il pregiudizio possa, a volte, essere
più forte di qualunque ragione.
"Sono disposto a sospettare che i negri e in
generale tutte le altre specie di uomini (perché
ve ne sono quattro o cinque tipi diversi), siano per
natura inferiori ai bianchi. Non ci fu mai nazione civilizzata,
né alcun eminente individuo sia nell'azione che
nel pensiero, che non avesse carnagione bianca. Nessun
ingegnoso fabbricante tra loro, né arti, né
scienze "
David
Hume, uno dei più importanti filosofi del suo
secolo, scriveva queste parole nella seconda metà
del settecento. Ma durante la vita ricoprì anche
varie cariche politiche, tra cui la sopraintendenza
dell'Ufficio Coloniale Inglese nel 1766. La schiavitù
a quel tempo era un dato profondamente radicato colturalmente,
soprattutto in America, dove costituiva il fondamento
dell'economia agricola del Sud.
Hume era uno dei più eminenti poligenetisti.
I sostenitori della poligenesi, conosciuta anche come
Teoria dei molti Adami, ritenevano che l'umanità
non fosse un'unica specie, originata in un solo luogo
e in seguito migrata su tutto il pianeta, ma che fosse
composta da più specie apparse indipendentemente.
Questa teoria era problematica anche dal punto di vista
teologico. Nelle scritture infatti non si fa menzione
di molti Adami, ma di uno solo. La teoria dunque era
invisa alla Chiesa che preferiva il degenerazionismo,
il quale prevedeva che l'umanità discendesse
da Adamo, ma non per questo tutta la sua progenie era
mettere sullo stesso piano. Nelle scritture non mancavano
episodi utili a giustificare l'inferiorità del
nero e delle altre razze a vari livelli, come la Maledizione
di Ham, progenitore appunto della stirpe africana. Al
contrario, la discendenza più nobile del primo
uomo aveva prodotto (che incrediile coincidenza!) la
stirpe bianca. Quest'ultima era, in effetti, la teoria
dominante.
Queste che ci appaiono oggi grossolane fesserie, costituivano
allora un corpus di conoscenze vivacemente discusso,
ma fondamentalmente condiviso da parte dell'intellighenzia
europea e americana. Non perché la comunità
scientifica fosse particolarmente razzista, ma perché
il pregiudizio razziale, è questo il punto fondamentale,
era un dato di acquisito. La schiavitù poteva
anche essere un abominio, ma la superiorità della
razza o, nella migliore delle ipotesi, della cultura
bianca, era un dato definitivo: non qualcosa che la
scienza dovesse provare, ma solo confermare.
"Esistono sulla Terra differenti razze umane
che abitano zone differenti della sua superficie, e
questo fatto ci obbliga a ordinarle secondo il loro
rango. L'indiano è orgoglioso, coraggioso e indomabile;
così diverso dal negro ossequioso, sottomesso
e imitativo e dal mongolo infido, falso e codardo! Non
è forse questa una prova evidente che razze differenti
non possono essere considerate sullo stesso livello?"
Queste parole furono scritte da Louis Agassiz nel 1850.
Non serve molta fantasia per immaginare quale fosse
il posto riservato ai bianchi occidentali in questo
ipotetico ordinamento gerarchico delle razze. Agassiz
era probabilmente il più grande antropologo americano
del suo tempo, ed era decisamente un moderato, contrario
alla schiavitù.
E' questo il terreno culturale in cui, a partire dal
1859, mette radici la teoria dell'evoluzione di Darwin,
quando tutta una schiera di anatomisti, antropologi
e filosofi (maschi, bianchi ed Europei) impegnati a
suddividere l'umanità in specie diverse, lasciò
il posto a una schiera di anatomisti, antropologi e
filosofi (maschi, bianchi ed Europei) impegnati a suddividere
l'umanità in razze inferiori, medie e superiori.
Nel 1864 Carl Vogt, famoso anatomista, scrive: "Il
negro adulto, per quanto riguarda le sue facoltà
intellettuali, condivide la natura del bambino, della
femmina e dell'uomo senile bianchi". Un vero
progressista, dato che dieci anni prima , il tedesco
Huschke spiegava come "Il cervello del negro
possiede un midollo spinale del tipo trovato nei bambini
e nelle donne, e oltre a ciò, si avvicina al
tipo di cervello trovato nelle scimmie antropomorfe
superiori."
Inizialmente la teoria fu che le dimensioni del cervello
fossero proporzionali all'intelligenza, e si fondò
sulla misura della capacità cranica, la quale
risultava superiore per il maschio bianco europeo. La
cavillosità arrivava a sottili discriminazioni
volte a stabilire la superiorità dell'intelligenza
inglese, tedesca o francese a seconda delle origini
dello scienziato. Jouvencel nel 1861, difendeva la teoria
con vere perle di pensiero filosofico come: "E'
da tempo che noto come, in generale, coloro che negano
l'importanza per l'intelletto delle dimensione del cervello
siano dotati di teste piccole."
da Nott e Gliddon, Types of Mankind
Ma poi si scoprì che i dati non reggevano (in
effetti erano stai distorti eliminando sistematicamente
i campioni scomodi) e nei nuovi dati c'erano troppi
criminali, esquimesi, neri e mongoli col cranio grosso,
e che c'erano anche troppe popolazioni bianche, e persino
geni, con un cervello o un cranio piccoli in modo imbarazzante.
Dai fossili risultava che l'Uomo di Cro-Magnon aveva
il cranio più grosso di tutti(!).
Che fare dunque? L'indagine si concentrò sulle
più sottili differenze L'indice cranico?
Il rapporto genu-splenio? O meglio una suddivisione
in frontales, parietales e occipitales?
Nulla da fare. Ogni volta saltavano fuori eccezioni
fastidiose. La donna col cervello più grande
mai misurato aveva ammazzato il marito. Le altre misure
antropometriche avevano prodotto come unico elemento
utile la distanza tra ombelico e pene, che risulta maggiore
nel bianco: un po' pochino
Il Francese Paul Broca, uno degli scienziati più
brillanti, a cui si deve l'individuazione dell'aera
della corteccia cerebrale in cui risiedono le funzioni
del linguaggio e che ancora porta il suo nome, si avventurò
nella disamina del caso del foramen magnum, il
foro sotto il cranio in cui si innesta la colonna vertebrale.
Nell'uomo si trova in posizione molto più avanzata
che negli altri mammiferi, perché è l'unico
bipede. Secondo la teoria, un foramen magnum
più avanzato era dunque segno di maggior progresso
evolutivo, e Broca si preparava a dimostrare, dati alla
mano, come questo fosse più avanzato nel bianco.
Sfortunatamente le misure dimostrarono il contrario,
e per i criteri esplicitamente accettati, ciò
comportava che fosse il nero quello superiore. Ma prodigiosamente
la teoria cambiò. Dopotutto, questo foramen
magnum così avanzato, non era segno di superiorità,
ma semmai di inferiorità: esso serviva a bilanciare
il fatto che il nero aveva sviluppato una riduzione
delle aree frontali del cervello, dove risiedono il
pensiero e la logica, a favore delle aree posteriori,
dimora degli istinti e, pensate un po', dell'olfatto.
Di fallimento in fallimento, accrocchio dopo accrocchio,
la craniometria sarebbe tramontata col sorgere del XX
secolo. Il determinismo biologico no; quello avrebbe
spostato la propria attenzione sui test di intelligenza.
Ma le stravaganti teorie sulla forma e le dimensioni
del cranio dei neri e delle donne, e sulla loro inferiorità,
sarebbero apparse sui manuali scolastici ancora per
lungo tempo.