Craniologia da strapazzo


 
 

Da Nott e Gliddon, Types of Mankind - 1854,
fu per molti anni il testo base americano sulla razza
 
 

A cura di Maurizio Melis

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La storia della scienza ha attraversato anche momenti bui. Uno di questi è certamente la parentesi del razzismo scientifico (o determinismo biologico, o darwinismo sociale che dir si voglia), che raggiunse il massimo fulgore in età vittoriana, un'epoca che ci insegna come il pregiudizio possa, a volte, essere più forte di qualunque ragione.

"Sono disposto a sospettare che i negri e in generale tutte le altre specie di uomini (perché ve ne sono quattro o cinque tipi diversi), siano per natura inferiori ai bianchi. Non ci fu mai nazione civilizzata, né alcun eminente individuo sia nell'azione che nel pensiero, che non avesse carnagione bianca. Nessun ingegnoso fabbricante tra loro, né arti, né scienze…"

Un disegno di Morton, eminente craniologoDavid Hume, uno dei più importanti filosofi del suo secolo, scriveva queste parole nella seconda metà del settecento. Ma durante la vita ricoprì anche varie cariche politiche, tra cui la sopraintendenza dell'Ufficio Coloniale Inglese nel 1766. La schiavitù a quel tempo era un dato profondamente radicato colturalmente, soprattutto in America, dove costituiva il fondamento dell'economia agricola del Sud.
Hume era uno dei più eminenti poligenetisti.

I sostenitori della poligenesi, conosciuta anche come Teoria dei molti Adami, ritenevano che l'umanità non fosse un'unica specie, originata in un solo luogo e in seguito migrata su tutto il pianeta, ma che fosse composta da più specie apparse indipendentemente. Questa teoria era problematica anche dal punto di vista teologico. Nelle scritture infatti non si fa menzione di molti Adami, ma di uno solo. La teoria dunque era invisa alla Chiesa che preferiva il degenerazionismo, il quale prevedeva che l'umanità discendesse da Adamo, ma non per questo tutta la sua progenie era mettere sullo stesso piano. Nelle scritture non mancavano episodi utili a giustificare l'inferiorità del nero e delle altre razze a vari livelli, come la Maledizione di Ham, progenitore appunto della stirpe africana. Al contrario, la discendenza più nobile del primo uomo aveva prodotto (che incrediile coincidenza!) la stirpe bianca. Quest'ultima era, in effetti, la teoria dominante.

Queste che ci appaiono oggi grossolane fesserie, costituivano allora un corpus di conoscenze vivacemente discusso, ma fondamentalmente condiviso da parte dell'intellighenzia europea e americana. Non perché la comunità scientifica fosse particolarmente razzista, ma perché il pregiudizio razziale, è questo il punto fondamentale, era un dato di acquisito. La schiavitù poteva anche essere un abominio, ma la superiorità della razza o, nella migliore delle ipotesi, della cultura bianca, era un dato definitivo: non qualcosa che la scienza dovesse provare, ma solo confermare.

"Esistono sulla Terra differenti razze umane che abitano zone differenti della sua superficie, e questo fatto ci obbliga a ordinarle secondo il loro rango. L'indiano è orgoglioso, coraggioso e indomabile; così diverso dal negro ossequioso, sottomesso e imitativo e dal mongolo infido, falso e codardo! Non è forse questa una prova evidente che razze differenti non possono essere considerate sullo stesso livello?"

Queste parole furono scritte da Louis Agassiz nel 1850. Non serve molta fantasia per immaginare quale fosse il posto riservato ai bianchi occidentali in questo ipotetico ordinamento gerarchico delle razze. Agassiz era probabilmente il più grande antropologo americano del suo tempo, ed era decisamente un moderato, contrario alla schiavitù.

E' questo il terreno culturale in cui, a partire dal 1859, mette radici la teoria dell'evoluzione di Darwin, quando tutta una schiera di anatomisti, antropologi e filosofi (maschi, bianchi ed Europei) impegnati a suddividere l'umanità in specie diverse, lasciò il posto a una schiera di anatomisti, antropologi e filosofi (maschi, bianchi ed Europei) impegnati a suddividere l'umanità in razze inferiori, medie e superiori.

Nel 1864 Carl Vogt, famoso anatomista, scrive: "Il negro adulto, per quanto riguarda le sue facoltà intellettuali, condivide la natura del bambino, della femmina e dell'uomo senile bianchi". Un vero progressista, dato che dieci anni prima , il tedesco Huschke spiegava come "Il cervello del negro possiede un midollo spinale del tipo trovato nei bambini e nelle donne, e oltre a ciò, si avvicina al tipo di cervello trovato nelle scimmie antropomorfe superiori."

Inizialmente la teoria fu che le dimensioni del cervello fossero proporzionali all'intelligenza, e si fondò sulla misura della capacità cranica, la quale risultava superiore per il maschio bianco europeo. La cavillosità arrivava a sottili discriminazioni volte a stabilire la superiorità dell'intelligenza inglese, tedesca o francese a seconda delle origini dello scienziato. Jouvencel nel 1861, difendeva la teoria con vere perle di pensiero filosofico come: "E' da tempo che noto come, in generale, coloro che negano l'importanza per l'intelletto delle dimensione del cervello siano dotati di teste piccole."


da Nott e Gliddon, Types of Mankind

Ma poi si scoprì che i dati non reggevano (in effetti erano stai distorti eliminando sistematicamente i campioni scomodi) e nei nuovi dati c'erano troppi criminali, esquimesi, neri e mongoli col cranio grosso, e che c'erano anche troppe popolazioni bianche, e persino geni, con un cervello o un cranio piccoli in modo imbarazzante. Dai fossili risultava che l'Uomo di Cro-Magnon aveva il cranio più grosso di tutti(!).

Che fare dunque? L'indagine si concentrò sulle più sottili differenze… L'indice cranico? Il rapporto genu-splenio? O meglio una suddivisione in frontales, parietales e occipitales? Nulla da fare. Ogni volta saltavano fuori eccezioni fastidiose. La donna col cervello più grande mai misurato aveva ammazzato il marito. Le altre misure antropometriche avevano prodotto come unico elemento utile la distanza tra ombelico e pene, che risulta maggiore nel bianco: un po' pochino…

Il Francese Paul Broca, uno degli scienziati più brillanti, a cui si deve l'individuazione dell'aera della corteccia cerebrale in cui risiedono le funzioni del linguaggio e che ancora porta il suo nome, si avventurò nella disamina del caso del foramen magnum, il foro sotto il cranio in cui si innesta la colonna vertebrale. Nell'uomo si trova in posizione molto più avanzata che negli altri mammiferi, perché è l'unico bipede. Secondo la teoria, un foramen magnum più avanzato era dunque segno di maggior progresso evolutivo, e Broca si preparava a dimostrare, dati alla mano, come questo fosse più avanzato nel bianco. Sfortunatamente le misure dimostrarono il contrario, e per i criteri esplicitamente accettati, ciò comportava che fosse il nero quello superiore. Ma prodigiosamente la teoria cambiò. Dopotutto, questo foramen magnum così avanzato, non era segno di superiorità, ma semmai di inferiorità: esso serviva a bilanciare il fatto che il nero aveva sviluppato una riduzione delle aree frontali del cervello, dove risiedono il pensiero e la logica, a favore delle aree posteriori, dimora degli istinti e, pensate un po', dell'olfatto.

Di fallimento in fallimento, accrocchio dopo accrocchio, la craniometria sarebbe tramontata col sorgere del XX secolo. Il determinismo biologico no; quello avrebbe spostato la propria attenzione sui test di intelligenza. Ma le stravaganti teorie sulla forma e le dimensioni del cranio dei neri e delle donne, e sulla loro inferiorità, sarebbero apparse sui manuali scolastici ancora per lungo tempo.

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Le citazioni e le vicende nell'articolo sono ricavate da Intelligenza e Pregiudizio, di Stephen J. Gould, Ed. il Saggiatore.

 

 

 

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