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Rudolf e il destino dell'Universo


 
 

Rudolf Clausius, che qui appare accigliato come spesso si usava nei ritratti e nelle fotografie dell'epoca
 
 

A cura di Maurizio Melis

Dopo due millenni di affinamenti successivi, all'inizio dell'800 gli scienziati erano finalmente riusciti a elaborare una teoria del calore che sembrava convincente: la teoria del "calorico". Il calorico era un fluido; una sostanza indistruttibile e senza peso che scorreva dai corpi caldi verso quelli freddi. Ogni materiale aveva una diversa capacità di accumulare calorico e la sua temperatura variava in funzione di ciò. Per questo, seppur sotto il medesimo sole, una spiaggia risultava rovente, l'acqua fredda e l'aria tiepida. Semplice ed efficace. Sul calorico il fisico e ingegnere Carnot aveva basato la propria teoria delle macchine termodinamiche, il cui stupefacente successo era sotto gli occhi di tutti poiché forniva le basi teoriche all'invenzione cardine della rivoluzione industriale: il motore a vapore.

Tuttavia, alcuni fenomeni "secondari" non si conciliavano bene con il calorico: per esempio l'attrito. Il calorico era indistruttibile e allo stesso modo non poteva essere creato. Come l'acqua di un fiume scorre dalla montagna verso valle, il calorico scorreva dal caldo al freddo: cambiava la temperatura a cui si trovava, ma la quantità rimaneva costante. Allora da dove veniva il calore generato con l'attrito? Come spiegare i trucioli arroventati che uscivano dalle frese quando si scavava la bocca di un cannone? Qualcuno cominciava a nutrire seri dubbi. Fu così che mentre i fautori del calorico si arrampicavano sugli specchi per tentare una spiegazione, gli specchi si infransero. Il monello che impugnava la fionda era un certo Joule, il quale aveva scoperto l'effetto che ancora porta il suo nome, ovvero che la corrente elettrica fluendo attraverso una resistenza produce calore. Quindi oltre all'attrito, anche l'energia elettrica si trasformava in calore. Era troppo: fine della teoria del calorico.

Chi mise insieme i cocci della disfatta e ne fece il principio forse più elegante di tutta la fisica fu Rudolf Clausius. Nato nel 1822, il fisico e matematico tedesco concluse che il calore non era altro che una forma di energia come l'energia elettrica, quella meccanica, la luce, l'energia chimica e acustica. Ma andò oltre: intuì che era proprio quest'ultima, l'energia, ad essere per così dire "indistruttibile": si trasformava da una forma all'altra, ma il suo valore complessivo non variava mai. E' il principio di conservazione dell'energia e la formula è così semplice che la si può scrivere in un articolo di divulgazione: ΔE=0. Si legge "delta e uguale a zero" e afferma, appunto, che la variazione totale di energia (in un sistema chiuso) è zero, indipendentemente dalle trasformazioni che subisce. Questo è un principio che ogni sistema fisico dell'Universo deve rispettare.

La bellezza di questo principio e la solidità fisica e matematica del lavoro di Clausius conquistarono rapidamente il consenso di tutti gli studiosi, ed egli divenne uno scienziato acclamato in tutta Europa. A 27 anni ricevette l'invito a insegnare fisica alla Scuola Reale dell'Artiglieria di Berlino e appena trentaduenne approdò all'Ecole Polytechnicum di Zurigo. Poco dopo - era il 1859 - Clausius si sposò con Adelheid Rimpau, la donna di cui si era nel frattempo innamorato. Fu il periodo più felice della vita dello scienziato, segnato dalla nascita di 5 figli e dal lavoro che lo avrebbe portato al suo secondo capolavoro.

Clausius, infatti, sapeva che l'energia rimane costante in tutte le trasformazioni che subisce, ma sapeva anche che non tutte le trasformazioni sono uguali: per esempio non si era mai vista una pentola sul fuoco in cui la fiamma diventasse sempre più calda e la pentola più fredda, o un uovo scollarsi dal pavimento e tornare integro sul bordo del tavolo dopo essere caduto. Di per sé questi eventi non costituirebbero una violazione del principio di conservazione dell'energia, ma tra tutte le trasformazioni che il suo principio permetteva, di fatto avvenivano solo certi tipi di trasformazione. E presto emerse un dato spiacevole. Se una persona qualunque avesse dovuto scegliere a quale dei due tipi associare il termine vita e a quale il temine morte, non avrebbe avuto dubbi. Le uniche trasformazioni che avvenivano in natura erano del secondo tipo: l'universo stava lentamente morendo. Ci sarebbero voluti miliardi, forse migliaia di miliardi di anni, ma infine l'Universo sarebbe diventato sempre più uniforme e tiepido mano a mano che il calore fluiva dai corpi caldi a quelli freddi, raffreddando i primi e riscaldando i secondi verso un'inesorabile isotermia. Per ciò stesso, i miliardi di macchine che lo popolavano, dalle stelle alle forme di vita, avrebbero cessato di funzionare. Clausius aveva scoperto l'Entropia e che essa era destinata a crescere al punto che ogni azione, anche la più utile e creativa, non faceva altro che avvicinare il momento in cui sarebbe sopravvenuta la morte termica.

Il principio secondo cui l'entropia aumenta sempre è una delle forme secondo secondo cui è possibile enunciare il secondo principio della termodinamica: un autentico caposaldo della fisica. Un'altro modo per enunciare questo principio è dire che nessuna trasformazione può essere veramente reversibile: questo spiega perchè nessuna macchina può raggiungere il suo rendimento teorico, e perché è impossibile il moto perpetuo. Come si intuisce, il secondo principio della termodinamica ha ricadute decisive in tutti i campi della fisica.

Quando l'amata moglie non sopravvisse al parto mettendo al mondo il sesto figlio Clausius, cinquantatreenne, attraversò il momento più duro. La bambina che teneva tra le braccia si sarebbe trasformata in una creatura incantevole, ma lo scienziato quel giorno ebbe l'impressione che l'Entropia avesse riportato sul suo personale universo una vittoria secca e terribile.

 

 

 

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