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a cura di Mariachiara Albicocco
Siamo tutti reduci dalle uova di Pasqua. E questa notizia
cade a fagiuolo!
Un gruppo di neuroscienziati di Cagliari ha studiato la
dipendenza dal cioccolato... indovinate un po'... nei topi.
Lo hanno fatto per capire in realtà come curare questa
ossessione in noi umani. Sì, perché è
un fenomeno abbastanza diffuso, si ritiene addirittura che
il 40% delle donne ne soffra, invece gli uomini solo il
15%.
Anche per i topi il cioccolato può diventare un'ossessione.
Sono disposti a ripetere centinaia di volte lo stesso esercizio
pur di assaggiarne un po'. I topi del laboratorio di Cagliari,
per gustare un po' di bevanda al cioccolato, sono capaci
di abbassare una leva erogatrice di cioccolata, trenta,
cinquanta, cento volte e più per poi ricominciare
subito dopo, senza arrendersi. E' quanto hanno osservato
i ricercatori dell'Istituto di neuroscienze (In)
del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Cagliari nel corso
di una ricerca sperimentale sui ratti, in corso di pubblicazione
su Behavioural Pharmacology, mirata allo studio neurobiologico
del cioccolismo (dall'inglese chocoholism),
la dipendenza da cioccolato.
Ascolta
l'intervista a Paola Maccioni,
la neuroscienziata del CNR di Cagliari che ha condotto la
ricerca
Il modello sperimentale messo a punto dall'In-Cnr dimostra
quanto siano forti, anche nei ratti, le proprietà
gratificanti del 'cibo degli dei'. "Più
volte al giorno, per 20 minuti al massimo, abbiamo alloggiato
i topi all'interno di gabbie provviste di una leva e
di un dispensatore per liquidi", spiega Giancarlo
Colombo, ricercatore In-Cnr. "I topi hanno
rapidamente imparato che dieci pressioni sulla leva
attivavano il dispensatore che, a sua volta, erogava
la cioccolata per 5 secondi. Nel corso dei 20 minuti
della sessione, i ratti hanno premuto la leva 800-1.000
volte e consumato circa 30 millilitri di cioccolata,
circa un decimo del loro peso corporeo".
"Mediante differenti procedure sperimentali è
stato poi saggiato l'effetto del rimonabant,
un inibitore selettivo del recettore CB1 degli endocannabinoidi,
recentemente introdotto in alcuni paesi europei come
farmaco per il controllo dell'appetito", prosegue
Mauro Carai, dell'In-Cnr. "Abbiamo potuto
riscontrare che l'utilizzo di rimonabant riduce drasticamente
i valori di auto-somministrazione di cioccolata, suggerendo
quindi un possibile utilizzo di farmaci ad azione antagonista
su questo recettore nella terapia del cioccolismo.
Ulteriori prove, eseguite nel corso dell'esperimento,
consistevano nell'aumentare progressivamente il numero
delle pressioni sulla leva necessarie per l'erogazione.
"Tanto maggiore era il valore massimo raggiunto
(breakpoint), ossia il numero di pressioni effettuate
prima di arrendersi, tanto più intensa era la
motivazione del ratto a consumare la cioccolata",
riassume Paola Maccioni, co-autrice della pubblicazione.
"Nel secondo esperimento, invece, la cioccolata
non era mai distribuita, a prescindere dalle pressioni
esercitate sulla leva; anche in questo caso, registravamo
il numero massimo delle pressioni raggiunte da ogni
ratto prima di fermarsi (extinction responding).
I valori medi di breakpoint ed extinction responding
registrati sono stati rispettivamente pari a circa 100
e 250, confermando quanto 'lavoro' i ratti sono disposti
a compiere pur di ottenere qualche goccia di cioccolata.
Utilizzando il rimonabant, sia i valori di breakpoint
che quelli di extinction responding risultavano
notevolmente ridotti o soppressi completamente".
29.03.08
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