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A cura di Maurizio Melis
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IL SERVIZIO
L'LHC si è rotto. Potrebbero volerci sei mesi per
ripararlo, e certo sei mesi sono tanti. Eppure, scorrendo
la storia ultra-cinquantenaria del più grande laboratorio
scientifico del mondo, si può star certi che l'incidente
occuperà molto presto poco più di una nota
a piè di pagina.
Già, perché l'LHC - e come si è visto
nelle ultime settimane con la bufala del buco nero, a volte
ce ne dimentichiamo - è solo l'ultimo di una lunga
serie di esperimenti iniziata negli anni '50, più
o meno pericolosi secondo millenaristi e iettatori di ogni
categoria. Di questi esprimenti però, il più
importante che si è svolto là sotto, lungo
i 27 km di tunnel sotterraneo, non ha a che fare con la
fisica, ma con l'Uomo. Perché quella del CERN è
anzitutto la storia di un grande, inesauribile esperimento
di alchimia umana.
Oggi il CERN è una città di 8000 abitanti.
Non una città qualunque, perché fatichereste
a trovarci due persone che sono nate davvero nella stessa
città, mentre vi imbattereste in Americani e Iracheni
che lavorano insieme, e studenti Sauditi che imparano da
fisici Israeliani. Ma nel 1954, anno della fondazione, il
CERN era solo 12 firme su un pezzo di carta. Nasceva così:
da un nucleo di paesi molto simile a quello che pochi anni
dopo avrebbe dato origine al primo embrione dell'Unione
Europea.
Pochi sanno che già allora, per i suoi fondatori,
il CERN aveva due obiettivi: mettere insieme le migliori
menti della fisica nucleare, e rimettere insieme l'Europa,
dopo la devastante stagione bellica degli anni '40. E infatti
questo si trova, andando all'osso, leggendo i primi due
punti dello statuto del CERN. Con un'altra clausola, non
meno importante in anni di escalation nucleare: il divieto
assoluto di sviluppare tecnologie belliche e l'obbligo di
rendere pubblica qualunque scoperta.
Inizia così la storia del CERN: con due LINAC, due
piccoli acceleratori lineari; e prosegue con una sfilza
di sigle in cui è facile perdersi: PS; SPS; LEP
Ogni nuovo acceleratore usa il precedente come iniettore,
perciò al CERN la storia è un fatto concreto,
tangibile. Persino il nuovo LHC è alimentato da macchine
che datano 1954.
E con l'accumularsi delle sigle, negli anni, sono cresciuti
anche i successi. All'inizio il CERN soffre la competizione
con i più forti americani (anche perché quasi
non ci fu fisico Europeo che negli anni 30 e 40 non fosse
emigrato, o fuggito, in america). Ma poi arrivarono la scoperta
delle "Correnti neutrali", nel 73, e nell'83 dei
Bosoni W, Z e Z0, che sono valsi il Nobel a Carlo Rubbia.
Uscì un articolo, quell'anno, sul NYT: titolava "Europa
3, Stati uniti neanche Z-Zero": forse la prova più
eloquente che il CERN era entrato nell'olimpo della ricerca
sull'infinitamente piccolo. E così a Ginevra cominciarono
a fioccare anche ricercatori Americani. Mentre i Russi erano
già là. Perché se i paesi membri del
CERN sono una ventina, tutto il mondo è presente
dentro quell'anello.
Della storia di questo melting-pot culturale, l'ex direttore
generale del CERN Herwig Schopper ha detto: "Sono convinto
che tutti i soldi spesi al CERN si giustifichino anche solo
per quanto è stato raggiunto in termini di reciproca
comprensione fra diverse nazioni". Perché il
CERN è anzitutto un messaggio, forse il genere di
messaggio che l'Europa, quella più lungimirante come
quella del trattato del '54, può lanciare al resto
del mondo.
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