I servizi e le interviste
di Moebius


John Brockman e la Terza Cultura


 
   
 

a cura di Barbara Gallavotti

Ascolta l'intervista a John Brockman

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John Brockman si può definirlo un impresario culturale, una persona la cui vita si svolge a contatto con le frontiere della conoscenza ed è pronto a gli spunti che possono portare alla nascita di idee rivoluzionarie o di nuovi modi per osservare ciò che ci circonda. Non tanto quindi i singoli risultati scientifici, ma le loro implicazioni a largo raggio. Oltre ad essere lui stesso scrittore è anche l'agente letterario dei più quotati autori di libri scientifici ed è il fondatore di Edge, letteralmente potremmo dire "punte", una fondazione che riunisce menti eccelse con lo scopo di promuovere la discussione su temi culturali importanti.
Lo abbiamo incontrato a Roma durante l'ultimo Festival delle Scienze.

Ci può definire uno dei concetti che gli sono più cari, cioè la Terza Cultura, quella che un po' come un faro lo guida nella scelta degli autori scientifici che in qualche modo prende sotto la sua tutela?
Nel 1991 ho definito la terza cultura come l'insieme di quegli scienziati e pensatori che attraverso il loro lavoro e il loro scritti stanno prendendo il posto degli intellettuali tradizionali nel portare alla luce il senso profondo della nostra esistenza, ridefinendo chi e cosa noi siamo. Nel 1959 il fisico e novellista inglese Charles Percy Snow ha scritto un famoso libro dal titolo "le due culture" nel quale si parlava della divisione fra scienziati e umanisti. Nella edizione rivista del 1962 prediceva fra l'altro l'emergere di una nuova cultura in cui i letterati avrebbero studiato e fatta propria la scienza e l'avrebbero comunicata al pubblico. Questo non è mai accaduto. Invece è avvenuta un'altra cosa: alcuni scienziati hanno cominciato a scrivere un nuovo tipo di libri, preferendo questo mezzo di diffusione delle loro idee alla classica pubblicazione di articoli su riviste specializzate. Questo è cominciato ad avvenire a causa di motivo preciso e importante: la scienza stava divenendo sempre più interdisciplinare e complessa. Ad esempio se il filosofo Daniel Dennet avesse voluto pubblicare le sue riflessioni sulla coscienza su una rivista specializzata, avrebbe potuto scegliere solo una rivista di filosofia. Ma il suo libro "Coscienza, cosa è" tratta temi di robotica, vita artificiale, intelligenza artificiale, psichiatria, psicologia; tocca forse una decina di campi. Per esprimere queste idee nella loro complessità non poteva farlo che in un libro. E quando il volume di Dennet è uscito tutti si sono sentiti in dovere di comprarlo, perché tutti riconoscevano la sua importanza come pensatore, quindi molto rapidamente ne sono state vendute 50.000 copie, che è abbastanza per definire un libro un quasi best seller. E soprattutto il libro ha alimentato un dibattito sulla coscienza, rispondendo ad esempio alle posizioni di Roger Penrose e spingendo altri scienziati a intervenire con altri libri. Quindi ha avuto un forte impatto culturale.

Naturalmente si tratta di libri non di intrattenimento...
I libri che hanno un effetto cultuale profondo non sono quelli che semplificano la scienza ad uso di un pubblico che di scienza non sa nulla, ma libri seri che devono essere studiati

Gli Stati Uniti hanno l'enorme vantaggio di poter disporre di un bacino di lettori enorme, solo le persone che lavorano nelle università, e quindi sono sensibili a queste letture, sono cinque milioni... In passato lei ha definito gli Stati Uniti come la culla della cultura mondiale, lo pensa ancora?
Bhè, lo ho scritto nel 1991, non lo riscriverei oggi. Da allora fra l'altro abbiamo avuto otto anni di amministrazione politica neandertaliana, cosa che alimentato una schiuma che ha soffocato le attività intellettuali e i media; purtroppo negli Stati Uniti i media non sono più indipendenti come un tempo, fanno parte di corporazioni e si sintonizzano con i rappresentanti del potere. I tempi sono cambiati. Oggi assistiamo a un rientro di cervelli in Paesi come India e Cina: persone che lasciano le più prestigiose università americane per tornare nei loro paesi d'origine e occupare posizioni importanti. Inoltre una singola compagnia indiana in un anno può promuovere la formazione di più ingegneri di quanti se ne formino negli interi Stati Uniti. Temo quindi che l'epoca della gloria americana sia passato, e forse non tornerà per molto tempo.

Però si tratta più di un problema di attenzione e finanziamenti per la ricerca che di stampa libera, considerando il caso della Cina.
È vero, ma nonostante tutto la Cina riesce a creare un ambiente in cui c'è un forte motivazione a studiare e ad emergere, e questo è un elemento importante. In India oltre a ciò c'è anche una stampa indubbiamente libera, per non parlare del caso impressionante della sviluppo della Corea è impressionante. Negli Stati Uniti non c'è una pressione analoga, le persone si accontentano di un buon pasto e poi evadono su facebook, non è più come un tempo.

Edge è un vivaio intellettuale che riunisce persone molto selezionate con un altissimo livello di educazione, secondo la definizione di Brockman "non semplicemente persone che sanno le cose ma persone che possono modellare il modo di pensare della loro generazione". È veramente possibile che un gruppo di persone per quanto elette modelli il modo di pensare della loro generazione, non sono piuttosto gli eventi a poterlo fare o anche l'insieme di molti individui come quelle che fanno parte dei social network?
In realtà le persone unite in Edge modellano il modo pensare futuro inventando la realtà che poi tutti condividiamo, come ad esempio il sistema di calcolo in parallelo che ha reso possibile Google. Le invenzioni più importanti sono state quelle che non sono state percepite come tali e fino a poco tempo fa non c'erano neppure votazioni sulle invenzioni: nessuno ha mai votato per rendere lecito l'uso del fuoco, per i transistor o internet, eppure sono sviluppi che hanno creato enormi cambiamenti, e tutti si devono a scienziati.

Ma allora pubblico è solo un fruitore passivo?
Io adoro parlare con gli scienziati dei loro studi, ma non mi rivolgerei mai a loro per questioni quotidiane, come fare scelte di carriera o allevare bambini, perché in questi campi le loro risposte non sono né migliori né peggiori di quelle che potrebbe dare una qualsiasi altra persona. Il pubblico ha un ruolo centrale perché è quello che decide l'uso delle tecnologie, oggi anche tramite votazioni, ma per decidere deve essere informato

Visto che gli scienziati comunicano direttamente con il pubblico, c'è ancora un ruolo per giornalisti e comunicatori della scienza?
Penso che anche loro abbiano un ruolo fondamentali: ci sono scrittori di scienza molto dotati che possono avere una visione delle questioni trattate dagli scienziati più ampia di quella degli scienziati stessi. Perché è inevitabile che molti scienziati scrivendo libri si concentrino sui propri punti di vista e quindi c'è bisogno di altre voci, voci indipendenti che possono aggiungere molta qualità al dibattito.

 

 

 

 

 

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