John Brockman si può definirlo un impresario
culturale, una persona la cui vita si svolge a contatto
con le frontiere della conoscenza ed è pronto
a gli spunti che possono portare alla nascita di idee
rivoluzionarie o di nuovi modi per osservare ciò
che ci circonda. Non tanto quindi i singoli risultati
scientifici, ma le loro implicazioni a largo raggio.
Oltre ad essere lui stesso scrittore è anche
l'agente letterario dei più quotati autori di
libri scientifici ed è il fondatore di Edge,
letteralmente potremmo dire "punte", una fondazione
che riunisce menti eccelse con lo scopo di promuovere
la discussione su temi culturali importanti.
Lo abbiamo incontrato a Roma durante l'ultimo Festival
delle Scienze.
Ci può definire uno dei concetti che gli
sono più cari, cioè la Terza Cultura,
quella che un po' come un faro lo guida nella scelta
degli autori scientifici che in qualche modo prende
sotto la sua tutela? Nel 1991 ho definito la terza cultura come l'insieme
di quegli scienziati e pensatori che attraverso il loro
lavoro e il loro scritti stanno prendendo il posto degli
intellettuali tradizionali nel portare alla luce il
senso profondo della nostra esistenza, ridefinendo chi
e cosa noi siamo. Nel 1959 il fisico e novellista inglese
Charles Percy Snow ha scritto un famoso libro dal titolo
"le due culture" nel quale si parlava della
divisione fra scienziati e umanisti. Nella edizione
rivista del 1962 prediceva fra l'altro l'emergere di
una nuova cultura in cui i letterati avrebbero studiato
e fatta propria la scienza e l'avrebbero comunicata
al pubblico. Questo non è mai accaduto. Invece
è avvenuta un'altra cosa: alcuni scienziati hanno
cominciato a scrivere un nuovo tipo di libri, preferendo
questo mezzo di diffusione delle loro idee alla classica
pubblicazione di articoli su riviste specializzate.
Questo è cominciato ad avvenire a causa di motivo
preciso e importante: la scienza stava divenendo sempre
più interdisciplinare e complessa. Ad esempio
se il filosofo Daniel Dennet avesse voluto pubblicare
le sue riflessioni sulla coscienza su una rivista specializzata,
avrebbe potuto scegliere solo una rivista di filosofia.
Ma il suo libro "Coscienza, cosa è"
tratta temi di robotica, vita artificiale, intelligenza
artificiale, psichiatria, psicologia; tocca forse una
decina di campi. Per esprimere queste idee nella loro
complessità non poteva farlo che in un libro.
E quando il volume di Dennet è uscito tutti si
sono sentiti in dovere di comprarlo, perché tutti
riconoscevano la sua importanza come pensatore, quindi
molto rapidamente ne sono state vendute 50.000 copie,
che è abbastanza per definire un libro un quasi
best seller. E soprattutto il libro ha alimentato un
dibattito sulla coscienza, rispondendo ad esempio alle
posizioni di Roger Penrose e spingendo altri scienziati
a intervenire con altri libri. Quindi ha avuto un forte
impatto culturale.
Naturalmente si tratta di libri non di intrattenimento... I libri che hanno un effetto cultuale profondo non
sono quelli che semplificano la scienza ad uso di un
pubblico che di scienza non sa nulla, ma libri seri
che devono essere studiati
Gli Stati Uniti hanno l'enorme vantaggio di poter
disporre di un bacino di lettori enorme, solo le persone
che lavorano nelle università, e quindi sono
sensibili a queste letture, sono cinque milioni... In
passato lei ha definito gli Stati Uniti come la culla
della cultura mondiale, lo pensa ancora? Bhè, lo ho scritto nel 1991, non lo riscriverei
oggi. Da allora fra l'altro abbiamo avuto otto anni
di amministrazione politica neandertaliana, cosa che
alimentato una schiuma che ha soffocato le attività
intellettuali e i media; purtroppo negli Stati Uniti
i media non sono più indipendenti come un tempo,
fanno parte di corporazioni e si sintonizzano con i
rappresentanti del potere. I tempi sono cambiati. Oggi
assistiamo a un rientro di cervelli in Paesi come India
e Cina: persone che lasciano le più prestigiose
università americane per tornare nei loro paesi
d'origine e occupare posizioni importanti. Inoltre una
singola compagnia indiana in un anno può promuovere
la formazione di più ingegneri di quanti se ne
formino negli interi Stati Uniti. Temo quindi che l'epoca
della gloria americana sia passato, e forse non tornerà
per molto tempo.
Però si tratta più di un problema
di attenzione e finanziamenti per la ricerca che di
stampa libera, considerando il caso della Cina. È vero, ma nonostante tutto la Cina riesce
a creare un ambiente in cui c'è un forte motivazione
a studiare e ad emergere, e questo è un elemento
importante. In India oltre a ciò c'è anche
una stampa indubbiamente libera, per non parlare del
caso impressionante della sviluppo della Corea è
impressionante. Negli Stati Uniti non c'è una
pressione analoga, le persone si accontentano di un
buon pasto e poi evadono su facebook, non è più
come un tempo.
Edge è un vivaio intellettuale che riunisce
persone molto selezionate con un altissimo livello di
educazione, secondo la definizione di Brockman "non
semplicemente persone che sanno le cose ma persone che
possono modellare il modo di pensare della loro generazione".
È veramente possibile che un gruppo di persone
per quanto elette modelli il modo di pensare della loro
generazione, non sono piuttosto gli eventi a poterlo
fare o anche l'insieme di molti individui come quelle
che fanno parte dei social network? In realtà le persone unite in Edge modellano
il modo pensare futuro inventando la realtà che
poi tutti condividiamo, come ad esempio il sistema di
calcolo in parallelo che ha reso possibile Google. Le
invenzioni più importanti sono state quelle che
non sono state percepite come tali e fino a poco tempo
fa non c'erano neppure votazioni sulle invenzioni: nessuno
ha mai votato per rendere lecito l'uso del fuoco, per
i transistor o internet, eppure sono sviluppi che hanno
creato enormi cambiamenti, e tutti si devono a scienziati.
Ma allora pubblico è solo un fruitore passivo? Io adoro parlare con gli scienziati dei loro studi,
ma non mi rivolgerei mai a loro per questioni quotidiane,
come fare scelte di carriera o allevare bambini, perché
in questi campi le loro risposte non sono né
migliori né peggiori di quelle che potrebbe dare
una qualsiasi altra persona. Il pubblico ha un ruolo
centrale perché è quello che decide l'uso
delle tecnologie, oggi anche tramite votazioni, ma per
decidere deve essere informato
Visto che gli scienziati comunicano direttamente
con il pubblico, c'è ancora un ruolo per giornalisti
e comunicatori della scienza? Penso che anche loro abbiano un ruolo fondamentali:
ci sono scrittori di scienza molto dotati che possono
avere una visione delle questioni trattate dagli scienziati
più ampia di quella degli scienziati stessi.
Perché è inevitabile che molti scienziati
scrivendo libri si concentrino sui propri punti di vista
e quindi c'è bisogno di altre voci, voci indipendenti
che possono aggiungere molta qualità al dibattito.
L'università (italiana) che non
c'è
Critiche severe e grande impegno per cambiare le cose. Intervista a Mauro
Ferrari, uno dei massimi esperti mondiali di bioingegneria e nanotecnologie.