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A cura di Maurizio Melis
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I batteri non amano la vita da single. Per la maggior parte
preferiscono vivere in strutture sociali. A volte queste
aggregazioni sono composte da individui di una sola specie;
più frequentemente sono comunità multietniche,
in cui ogni specie batterica svolge compiti specifici un
po' come accade per i diversi tessuti in un organismo superiore.
Queste strutture prendono il nome di "biofilm",
e sono la forma di organizzazione sociale di maggior successo
sul pianeta, se consideriamo che i batteri sono di gran
lunga la forma di vita più diffusa. Si tratta infatti
di comunità accoglienti: democratiche, cooperative,
e spietate nel difendersi, tanto da ricorrere alle armi
chimiche.
L'importanza dei biofilm è stata riconosciuta solo
recentemente. Ma è noto da tempo che la maggior parte
dei batteri è posta di fronte alla scelta tra due
stili di vita ben distinti. O vivono solitari, fluttuando
liberi nell'ambiente; o si aggregano a formare biofilm.
Nel primo caso sono facili prede delle condizioni ambientali
e dei nemici naturali, come i fagociti, i predatori del
mondo microscopico che si nutrono, appunto, di batteri;
come alcune cellule del nostro sistema immunitario, specializzate
nella caccia ai batteri, e come le Amebe, che non a caso
si possono considerare il sistema immunitario del mare,
divorando qualunque battere fluttuante incontrino.
Quando invece i batteri si uniscono a formare biofilm,
oltre ad altri numerosi vantaggi che ottengono dalla cooperazione,
acquisiscono una impressionante resistenza alle minacce
dell'ambiente: l'organizzazione delle difese inizia subito,
non appena i primi batteri si uniscono e si legano a qualche substrato, e una volta che il sistema difensivo
diviene operativo, il biofilm diventa inattaccabile: non
ci sono antibiotici, disinfettanti o difese immunitarie
che tengano.
Niente da fare, quindi, anche per le amebe. Come è
emerso da uno studio dell'Helmholtz Centre for Infection
Research, in Germania, che ha messo a fuoco il problema,
con un'indagine su batteri marini, mostrando un volto dei
biofilm fin qui sconosciuto. La sorpresa è stata
il meccanismo di difesa, che si credeva passivo, cioè
del tipo "alzo un muro alto e spesso intorno alla colonia
per difenderla dagli attacchi". Quel che è emerso,
invece, è che i batteri, il cui comportamento all'interno
dei biofilm muta radicalmente rispetto alla vita solitaria,
si difendono attivamente. Mettendo assieme le energie secernono
un pigmento tossico, la "Violaceina" che paralizza
immediatamente, e spesso uccide, qualunque ameba si nutra
anche di una sola cellula della colonia: una specie di nervino
per amebe. Indice della presenza di questa violaceina, una
leggera colorazione porpora.
La scoperta, oltre a svelare un comportamento sconosciuto
dei biofilm, potrebbe avere ricadute in ambito medico. Da
un lato, infatti, i biofilm rappresentano una delle forme
di contaminazione batterica più ostiche da combattere.
E' per questo fondamentale capire come si difendono dagli
attacchi, per poterne mettere a punto di mirati. Da una
prospettiva diametralmente opposta, proprio queste proprietà
dei biofilm potrebbero rivelarsi utili per contrastare tutta
una classe di microrganismi, parenti più o meno prossimi
dell'ameba, che parassitano il corpo umano causando gravi
patologie come la malaria e la malattia del sonno. La microscopica
guerra è appena iniziata.
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