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il servizio realizzato da Barbara Gallavotti
In fondo al mar, come canta il crostaceo de "La sirenetta",
è pieno di sorprese: ad esempio vi si trova la sostanza
più dura nota in natura, e costituisce il becco di
alcuni calamari. Anche sulla terraferma però c'è
di che stupirsi: la seta del ragno potrebbe fare morire
di invidia la più abile filatrice delle favole, la
corazza di uno scarabeo Ercole misura l'umidità meglio
di una qualsiasi igrometro
. e così via, l'occhio
degli scienziati da tempo scruta il mondo animale, e anche
quello vegetale, non con lo sguardo del naturalista ma con
quello di chi vuole carpire un segreto tecnologico.
La vera star in questo campo è il geco: da
tempo si è scoperto che la sua prodigiosa capacità
di camminare sui muri, e persino sui soffitti, non ha niente
a che vedere con ventose o colle. La creatura ha i polpastrelli
ricoperti di peli, a loro volta sfilacciati in milioni
di filamenti (vedi foto in alto). Questi stabiliscono con
la parete dei legami chiamati di "Van
der Waals", dal nome del fisico che li ha scoperti:
di fatto si tratta di legami elettrici, individualmente
ciascuno sarebbe debolissimo ma si sa, l'unione fa la forza.
Per staccare la zampetta il rettile non fa altro che sollevare
una estremità e procedere come quando si toglie un
pezzo di scotch. Appena fatta la scoperta, legioni di ricercatori
si sono messi all'opera per copiare il meccanismo, sognando
di creare una vera e propria colla di geco artificiale.
Ma mentre arrivavano i primi risultati, il nostro piccolo
equilibrista ha riservato altre sorprese: si è scoperto
che la sua capacità di adesione ai muri è
influenzata dall'umidità, e quando questa è
alta il geco è costretto a fare un certo sforzo per
non cadere
se vogliamo che la nostra colla di geco
artificiale regga alla pioggia, dovremo tenerne conto.
Il becco del calamaro, in particolare del calamaro gigante
di Humboldt,
pone altri grattacapi. Intanto chiariamo di chi si sta parlando:
non è il calamaretto con cui condiamo gli spaghetti
per intenderci: il calamaro gigante di Humboldt può
arrivare a una lunghezza di due metri e a un peso di 50
chili. Il suo becco, dicevamo, è fatto del materiale
più duro per ora identificato sulla Terra. Il problema
è che questa arma micidiale è direttamente
connessa con i tessuti molli che costituiscono la bocca
dell'animale. Provate voi a tagliare una bistecca tenendo
tra le labbra l'estremità di una lama: come minimo
fareste altrettanti danni alla vostra bocca che alla bistecca,
e passerebbe la fame. Il calamaro invece ne esce sazio e
incolume; gli scienziati hanno scoperto perché: in
realtà la composizione chimica del becco varia dalla
sua punta alla base. In particolare avvicinandosi ai tessuti
molli aumenta la quantità di acqua intrappolata nella
matrice di proteine che costituisce la sostanza del becco,
e questo rende lo strumento più morbido proprio là
dove deve. Naturalmente i bioingegneri sono all'opera per
imitare il meccanismo, alla ricerca di strategie innovative
per realizzare congiunzioni tra materiali duri e materiali
molli. L'acqua sembra essenziale anche nel processo di filatura
della seta dei ragni: la sua concentrazione impedisce la
cristallizzazione prematura delle proteine che costituiscono
la seta, cosa che porterebbe a un disastroso blocco del
sistema di filatura. I ricercatori che sono al lavoro per
riprodurre il fantastico filo, ad esempio per utilizzarlo
in sala operatoria come sutura d'avanguardia, hanno fatto
tesoro dell'informazione.
E concludiamo parlando della creatura più forte della
terra: lo scarabeo Ercole. L'esserino
è originario del sud america ed è grande come
un passerotto: recentemente sta facendo la fortuna di un
allevatore colombiano che lo alleva e lo vende ai giapponesi
come animale da compagnia. La sua corazza può trasportare
un peso 850 volte superiore a quello dell'animale, come
se un essere umano di 70 chili si caricasse sulle spalle
un sessantina di tonnellate, più o meno un carro
armato. La corazza dell'ercolino però ha un'altra
caratteristica molto interessante: cambia colore a seconda
del grado di umidità dell'aria, passando da verde
al nero. I ricercatori hanno scoperto che si tratta di un
effetto ottico, dovuto al modo in cui la luce viene riflessa
quando l'acqua penetra nelle microscopiche porosità
presenti sulla superficie della corazza. Il sogno ora è
costruire un sistema analogo che consenta, ad esempio, di
indicare l'umidità nei processi industriali di lavorazione
del cibo.
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